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Jazz italiano: eppur si incide…

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Diciamocelo: chiuso il bilancio di un 2017 piuttosto stimolante, le ultime settimane non sono state foriere di particolari emozioni in fatto di uscite discografiche. Sul piano internazionale, anzi, abbiamo avuto per ora delle cattive notizie (vedi stop Cuneiform). Ma vorrei restringere il mio discorso alla scena italiana, nella quale la rada e precaria produzione discografica ha un’importanza ben più cruciale di quanto non avvenga altrove, considerata la estrema debolezza del nostro circuito concertisco...


Franco D'AndreaDiciamocelo: chiuso il bilancio di un 2017 piuttosto stimolante, le ultime settimane non sono state foriere di particolari emozioni in fatto di uscite discografiche. Sul piano internazionale, anzi, abbiamo avuto per ora delle cattive notizie (vedi stop Cuneiform). Ma vorrei restringere il mio discorso alla scena italiana, nella quale la rada e precaria produzione discografica ha un’importanza ben più cruciale di quanto non avvenga altrove, considerata la estrema debolezza del nostro circuito concertisco ‘live’ soprattutto nei mesi invernali, e soprattutto la sua struttura frammentata e localmente compartimentata in ambiti regionali o provinciali quasi incomunicabili tra di loro (sembra quasi che l’Italia jazzistica attenda ancora i suoi Garibaldi e Cavour…).
Risulta quindi ancor più doveroso segnalare quel poco che si muove, ovviamente facendo la tara sul gusto personale di chi vi scrive e sull’ampiezza/ristrettezza dell’angolo visuale del suo osservatorio. Premetto che mi limiterò a segnalare dischi che non ho ancora ascoltato (con un’eccezione) e che spesso non ho avuto modo nemmeno di avvistare fisicamente, ma che mi paiono significativi considerati i trascorsi degli artisti coinvolti e la loro visibilità sulla scena.
Cominciamo da una primizia relativa, visto che sono stato bruciato sul tempo dal redazionale del comunicato stampa comparso qualche giorno fa sul sito. Si parla del Franco d'Andrea Octet, “Intervals 1” registrato live in Roma, Parco della Musica. Sì, lo so, D’Andrea è forse il musicista che ha mietuto i maggiori e più unanimi riconoscimenti nel pur agitato e litigioso milieu jazzistico nostrano. Una soddisfazione certo, ma per un uomo che per l’inossidabile costanza del momento di grazia creativa che sta attraversando ormai da anni, in un paese NORMALE sarebbe considerato un grande della MUSICA TOUT COURT.
Significativo che ormai si sia giustamente lasciato alle spalle le ripetute affermazioni nel noto referendum critico nazionale, che nel suo caso ormai non aggiungono nulla al suo profilo artistico. Piuttosto, io penserei per lui ad un particolare ‘premio alla carriera’: una residency di una settimana a New York, in un Village Vanguard o similia, con carta bianca per programmi e formazioni: giusto per far capire agli americani che Pierannunzi non è l’unico fuoriclasse della tastiera che questa remota provincia dell’Impero può metter in campo (immeritatamente). Naturalmente bisognerebbe farsi garantire il rientro in patria con idonea cauzione, anche nella Grande Mela, come a Parigi, hanno la naturalizzazione/nazionalizzazione facile. Qualcosa mi dice che sarebbe senz’altro più facile venire a capo del feroce protezionismo corporativo dei sindacati dei musicisti americani o dei bizzarri criteri con cui i consolati USA spesso negano visti d’ingresso negli States, che non organizzare un concerto di D’Andrea nella sua (ed ahimè anche mia) Milano, dove le sue apparizioni sono scandite da intervalli ormai più che biennali: un ultimo splendido set in quartetto nello scorso novembre lo dobbiamo solo all’apparato romano di JazzMI (ne parleremo tra non molto).
Certo che il mistero di questi tempi da rivoluzione planetaria meriterebbe una rigorosa indagine scientifica: chissà, magari è un problema di citofono guasto……Non stupisce quindi che il Nostro abbia scelto Roma come palcoscenico d’elezione per la presentazione dei suoi nuovi lavori, soprattutto quando imperniati su organici estesi come quest’ottetto: altrettanto logico che ad una messa a punto dal vivo segua la documentazione discografica, quando la stessa istituzione concertistica che ti ospita è in grado di produrre album di gran livello.
Nell’invidiare profondamente ai romani istituzioni come il Parco della Musica o la Casa del Jazz con i loro programmi di gran livello ed apertura internazionale, qui tra le nebbie padane non ci resta che aspettare l’album, da ascoltare nel chiuso dei nostri tinelli come la Radio Londra di una volta. A proposito, da un primo ascolto posso anticiparvi che il disco sorprenderà alquanto anche chi ha avuto la fortuna di assistere alle più recenti performance live degli organici più piccoli di D’Andrea: diciamo solo che con l’ampia palette di colori e l’altrettanto vasta gamma di dinamiche offerta da un organico così ampio il nostro ha fatto qualcosa di molto diverso da quello che si poteva attendere.
Se Roma è distante (ci sono di mezzo il Ducato Di Parma, il Granducato di Toscana e, dulcis in fondo, lo Stato Pontificio) la Sicilia di Francesco Cafiso è addirittura un pianeta remoto. “We play for tips” è il titolo dell’album, che rievoca le sensazioni di un viaggio a New Orleans ed all’incontro con i suoi musicisti di strada. E’ singolare notare come un secolo dopo questa boutade rischi di riassumere la condizione di tanti jazzisti odierni, in barba all’acquisito riconoscimento (a parole) della loro statura artistica e rilevanza creativa.
Polemiche a parte, è interessante notare che anche qui ci troviamo davanti ad un nonetto, formazione impegnativa per la guida ed ahimè pressocchè proibitiva per il nostro circuito concertistico e festivaliero. Non me ne vogliano gli altri, se segnalo in particolare la partecipazione del formidabile Alessandro Presti alla tromba e di Humberto Amesquita al trombone come quelle che mi hanno intrigato di più, avendoli già visti in azione in diverso contesto. Qualche ulteriore dettaglio viene da questa intrigante ‘prova d’orchestra’ reperita su Youtube:

Apro una parentesi sul leader Francesco Cafiso. Premesso che amo moltissimo il sax alto, ottone che sulle nostre scene mi sembra conoscere una relativa eclissi (Cigalini, Chiapperini, anche voi ogni tanto tiratelo fuori un po’….), e che Cafiso è anch’egli un fuoriclasse dello strumento (vedi le lusinghiere recensioni su importanti siti esteri riservate alle frequenti incisioni per etichette giapponesi, che notoriamente non servono un mercato di facile contentatura), a me sembra che anche qui vale il “nemo propheta in patria”, aggravato da una sorta di “handicap dell'enfant prodige”.
Mi sembra infatti che l’altoista siciliano sia un po’ troppo in ombra ed in disparte, considerato che all’impeccabile e fascinoso reinventore al sax di collaudatissimi standards si affianca ormai un leader maturo e completo, che spesso tradisce un’insospettabile inclinazione per materiali molto lontani dal mainstream più frequentato. Un ricordo che risale ad un’Umbria Jazz di pochi anni fa, una di quelle in cui l’etichetta ancora corrispondeva al contenuto.
Era di scena la giovane orchestra di Ryan Truesdell, impegnata in più serate nella meritoria prima esecuzione di inediti di un tal Gil Evans, affidatigli direttamente della vedova. E’ la volta della presentazione di una complessa partitura le cui parti solistiche erano state scritte da Evans espressamente per il Cannonball Adderley del sestetto di Davis: Truesdell introduce Cafiso come il sax alto caldeggiato con insistenza dalla sua amica Maria Schneider per la parte. Al termine di un assolo in cui tra mille altre cose avevo persino intuito degli echi colemaniani, non dimentico gli sguardi basiti dei giovani orchestrali che, diciamolo, tecnicamente parlando avevano un po’ il complesso del primo della classe (con qualche ragione): sembravano aver appena ascoltato un alieno….
E visto che siamo in un crescendo di dimensioni, dopo ottetto e nonetto finiamo con una vera big band, la Archtipel Orchestra, capitanata da Ferdinado Faraò e che ha già collezionato preziose collaborazioni esterne. Che questo ensemble sia ancora vivo e combattivo in un paesaggio musicale e culturale come il presente è senz’altro da ascrivere ad uno di quegli improbabili miracoli di cui il jazz è capace. Speriamo che la tenace fedeltà all’irrinunziabile dimensione della grande orchestra (condivisa con la altrettanto valorosa ed avventurosa Lydian di Riccardo Brazzale) sia in qualche modo premiata con ulteriori apparizioni dal vivo (anche qui si sconfina nel campo delle attese mistiche).
Continua il coerente percorso di esplorazione di quell’affascinante - e sottovalutato - territorio di confine tra rock progressivo e jazz che oggi vene definito “scuola di Canterbury”. Dopo le tappe più prevedibili (Soft Machine, Keith Tippett, Julie Driscoll), che tra l’altro hanno avuto il merito di avvicinare ad una genuina pratica jazzistica un nuovo pubblico che peraltro già aveva frequentato la creativa musica inglese di quegli anni, Archtipel ha sostanzialmente concluso il suo percorso ‘british’ affrontando un vero, impegnativo personaggio realmente ‘fuori dagli schemi’ nella vita e non solo nei comunicati stampa: la sfortunata Lindsay Cooper, prematuramente scomparsa, ma solo dopo una stupefacente avventura musicale che la ha portata dalle austere aule dell’avanguardia accademica ad essere la prima fagottista del rock progressivo, militante in uno dei gruppi meno convenzionali e concilianti del filone, gli Henri Cow.
Da notare anche qui l’umiltà e la saggezza di appoggiarsi ad un testimone di quell’epoca e di quelle esperienze come Chris Cutler, batterista del gruppo e vicino collaboratore della Cooper. Come già osservato in occasione di precedenti performances ‘live’, la Archtipel continua a mostrare solida compattezza e slancio, nonostante le non frequenti occasioni di concerti e la presenza tra le sue file di individualità alquanto spiccate: registrare d’un fiato, in una sola giornata, un disco su materiali così particolari ed in fondo desueti non è cosa da tutti. Anche qui soccorre Youtube, ecco un interessante teaser girato in studio di registrazione:

Una volta avvistato fisicamente e gustato questo CD, non si resiste però alla tentazione di chiedersi quale sarà il prossimo, atteso approdo della navigazione di Archtipel. Ancora una volta, “stay tuned”.

 

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