Stampa

"Chasin' Trane", ritratto di asceta con sax

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Premetto che questo articolo nasce molto prima dello scambio di giudizi ed apprezzamenti vari riguardanti questo film, intessuto sia su questo sito che altrove. En passant ci occuperemo anche di questo, ma quel che più mi preme è di raccontarvi di cosa si tratta e soprattutto perché a mio avviso la sua visione rappresenta un appuntamento difficilmente eludibile per ogni vero appassionato di jazz. Da ex cinefilo devo osservare che questo ‘documentario’ è uno splendido pezzo di cinema...


Chasin' TranePremetto che questo articolo nasce molto prima dello scambio di giudizi ed apprezzamenti vari riguardanti questo film, intessuto sia su questo sito che altrove. En passant ci occuperemo anche di questo, ma quel che più mi preme è di raccontarvi di cosa si tratta e soprattutto perché a mio avviso la sua visione rappresenta un appuntamento difficilmente eludibile per ogni vero appassionato di jazz.
Innanzitutto qualche informazione pratica. Dopo un meteorico passaggio sullo schermo (ah JazzMi, perché una sola proiezione in sala?.....Il Palazzo del Cinema di Milano ne ha più di 10, alla fine lo abbiamo visto solo in cento o poco più…), la pellicola è disponibile in Dvd sottotitolato anche in italiano presso le principali librerie online e, se non ricordo male il commento di un nostro lettore, anche sul ben noto canale Netflix.
Da ex cinefilo devo osservare che questo ‘documentario’ (definizione francamente risibile, accettiamola solo per economia di discorso) è uno splendido pezzo di cinema, innanzitutto: avercene di registi di finzione con la fantasia visuale, il ritmo di narrazione del ‘documentarista' Scheidmann (soprattutto alle nostre latitudini…). Quindi la visione in sala, concentrata e collettiva, ha un impatto difficilmente replicabile in ambiente domestico. Il Dvd è comunque molto ben curato, sia per la parte video che audio (parliamo di un film che trabocca di musica dal primo all’ultimo minuto), ed offre dei ‘bonus’ di assoluto pregio, che arricchiscono non poco alcuni capitoli della pellicola: quindi barricatevi in una stanza buia, al riparo da seccatori ed importuni vari, telefono staccato e possibilmente in compagnia di qualche amico ben scelto e finalmente le valanghe di pollici LCD che ci teniamo in casa serviranno a qualcosa di serio.
Il film non è, non può e non deve essere un saggio critico musicologico (anche se, come già osservato, è come ‘posseduto’ dalla musica). Cos’è dunque ‘Chasin Trane’? Essenzialmente un ritratto, e cioè un’immagine che coglie con pochi, selezionati tratti l’essenza, si vorrebbe dire l’anima, del suo soggetto: ogni pretesa di esaustività e didascalicità lo trasformerebbe in una burocratica fototessera (se non peggio..).
Dal ‘ritratto’ dell’uomo, del musicista e dell’intellettuale John Coltrane che Scheidmann costruisce in una complessa polifonia di voci e testimonianze (molte delle quali provengono dall’esterno del mondo musicale ed artistico) emerge la percezione diffusa di Trane come di un protagonista della vita culturale americana del 20° secolo: per un uomo che viene dal mondo del jazz non è poco, tutt’altro. Apriamo una parentesi: fa una certa impressione persino a me notare l’entusiasmo ed il calore un po’ naif con cui il sassofonista dilettante Bill Clinton – politico ‘consumato’ ed ex Presidente che nel bene e nel male ha segnato un’intera epoca della vita pubblica americana – parla del suo approccio alla musica di Trane, azzardando un parallelo tra i ‘periodi’ di Picasso (80 anni in tutto, giù di lì) e le ‘fasi’ dell’uomo di Hamlet (40 anni scarsi).
Hamlet, South Carolina, appunto. Uno dei meriti del lavoro di Scheidmann è quello di scavare nell’infanzia e nell’adolescenza di Trane nel profondo Sud: prima in qualche modo al riparo di una grande famiglia allargata in cui dominano le figure di uomini di chiesa, poi improvvisamente allo scoperto per l’improvvisa e prematura scomparsa di queste ultime a pochi mesi di distanza l’una dall’altra. Anche se la Carolina era tutt’altro che un paradiso (bastano pochissime, folgoranti inquadrature di foto d’epoca ad evocare la condizione dei neri in quel tempo – e per molti decenni a venire), la successiva emigrazione forzata al Nord, le ristrettezze economiche, il fardello del sacrifici affrontati dalla madre per consentirgli di proseguire gli studi musicali, imprimono nel ragazzo Coltrane una visione ‘morale’ del suo impegno artistico; la musica è prima di tutto un lavoro con cui guadagnarsi la vita e ripagare la famiglia dei sacrifici affrontati.
Questo può dare conto anche della relativa opacità dei primi anni della carriera di Trane, che però va esente dalle drammatiche ‘prove del fuoco’ che erano state riservate a jazzmen di generazioni precedenti: se l’Esercito aveva sprofondato in un campo di punizione Lester Young spezzandone la fibra di uomo, la US Navy spedisce il giovane Trane a Pearl Harbour a suonare in una big band, contribuendo così al suo affinamento come professionista. Tuttavia i testimoni dell’epoca ancora non attestano l’emersione di una netta e definita personalità artistica del Nostro.
Sempre nella faticosa routine professionale indispensabile “to earn the life”, va inserito anche il cruciale capitolo dell’ “addiction”, della dipendenza da eroina. Spesso si è detto che il rapporto dei jazzmen con la “scimmia” sottointendesse una sorta di patto faustiano per la conquista del talento dimostrato da altri ‘addicted’ di successo, ma tutto sommato questo non sembra inquadrarsi nel profilo umano di Coltrane, che ha sempre viceversa puntato su di un rigoroso, costante e solitario affinamento della sua tecnica (fatto ripetutamente confermato da molti dei testimoni di ‘Chasin Trane’).
Sentite cosa invece dice della ‘roba’ Miles Davis, uno che certamente la sapeva lunga in argomento e che da autentico ‘duro’ qual’era certo non può esser sospettato di autoindulgenze: “I set ‘quaranta-venti’ che i proprietari pretendevano. Volevano che i gruppi cominciassero il set venti minuti dopo le ore piene per suonare sino alla fine dell’ora e poi ritornare ancora venti minuti più tardi e suonare un altro set. Qualche volta finivi per suonare quattro o cinque set come questi in una sera, e dopo eri stanco morto. Questa era una delle ragioni per cui girava tanta droga, specialmente cocaina, perché suonare set come quelli era veramente spossante” ( “Miles, l’autobiografia”, Miles Davis con Quincy Troupe, capitolo 10).
Ecco Miles. Il film attribuisce un valore cruciale alla relazione con Davis, viceversa stigmatizzato da alcune voci critiche (“si è ignorato il rapporto con Dolphy” etc.): Ed invece anche qui, a mio avviso, Scheidmann fa centro: sono i ripetuti, sofferti licenziamenti dal gruppo di Miles a creare in Coltrane il pungolo a tentare di togliersi la scimmia dalla spalla ed a dare la svolta decisiva alla sua vita. Calcando le orme del suo leader ed intimo sostenitore Davis, anche Coltrane affronta il terribile ‘cold turkey’, brutale e radicale tecnica di autodisintossicazione dalla quale, ricordiamolo, uscivano vivi ben pochi (altro che metadone e comunità varie…..).
Uscito vittorioso da questa formidabile prova di volontà, appare chiaro che Trane sta intraprendendo un vero e proprio percorso ascetico, che a fianco della musica, vede l’immersione in onnivore e febbrili letture di testi appartenenti alle tradizioni mistiche spirituali più diverse. Nel suo riscatto dall’eroina e dal sua successiva rinascita spirituale è possibile vedere un’analogia con la figura di Malcom X. Ascesi, una parola difficile per i nostri tempi in Europa, possiamo immaginare quanto aliena per l’universo americano, soprattutto quello all’apice della sua egemonia e potenza come nei primi anni ’60 di cui si parla. E qui che risiede l’anomalia, la carica rivoluzionaria della figura di Coltrane, in evidente, silenziosa, ma inconciliabile contraddizione con anche i più benevoli stereotipi applicati agli Afroamericani (uno per tutto il supposto ‘vitalismo’).
Per dar conto di alcune critiche formulate riguardo alla supposta enfasi data da Scheidmann all’afflato religioso che pervade Coltrane, bisogna fare a mio avviso un preambolo autocritico. Purtroppo noi italiani siamo abituati per ovvi condizionamenti storici a guardare alle problematiche religiose dal retrobottega della Sacrestie o, peggio ancora, dai meandri delle Curie, maturando quindi comprensibili materialismo e sordità di fronte a sincere istanze spirituali. A questo proposito, peraltro, il film mette bene in evidenza che la religione di Trane – ricordiamolo figlio e nipote di pastori – ha un Dio senza nome proprio e, soprattutto, senza Libro.
Se a noi italiani può apparire difficile da comprendere e correttamente inquadrare, questo intenso afflato religioso fu subito colto nel Giappone scintoista e fondamentalmente panteista, dove la storica tournee di Coltrane del 1966 ha lasciato un segno indelebile in molti. Nel raccontarla, il film tocca alcuni dei momenti di maggiore intensità e felicità espressiva, che a volte valgono l’intera opera: spiace osservare che siano passati totalmente inosservati da molti critici. E’ proverbiale l’impenetrabilità emotiva dei Giapponesi, particolarmente di quelli che si sono formati prima dell’ondata di occidentalizzazione dell’ultimo dopoguerra: è quindi straordinario vedere come uomini ormai alle soglie della vecchiaia, intellettuali raffinati e cosmopoliti come lo studente che accolse Trane a Nagasaki e presentò il concerto che li si tenne od il mondano Fuijoka, peraltro indefesso curatore di un incredibile santuario coltraniano, confessino apertamente davanti alla macchina da presa la propria incapacità di trovare le parole per descrivere le emozioni ricevute da quell’americano che nel 1966, appena disceso dal treno in una massacrante tournee (16 concerti in 17 giorni, da un capo all’altro del Giappone) si fece condurre davanti al cippo che segna il “punto zero” dell’esplosione nucleare del 7 agosto 1945 (75.000 morti all’istante, almeno altrettanti che combatteranno per decenni a venire con le intensissime radiazioni subite).
L’americano che la sera stessa suonerà davanti ad un pubblico totalmente soggiogato “Peace on Earth”. “I dislike Wars. PERIOD”, ricorda un tagliente e perentorio Denzel Washington che per tutto il film dà splendida voce ai pensieri ed alle riflessioni di Coltrane. Mette appena conto di ricordare che, oltre 60 anni dopo, ed ad onta di attese planetarie a riguardo, il Presidente più cool d’America non ha trovato modo che di pronunziare che delle generiche parole di circostanza su una tragedia che con il trascorrere del tempo, e con l’aprirsi di molte ‘pagine bianche’ di storia sepolta e dimenticata, appare sempre meno una scelta ineluttabile e dettata da considerazioni chiare e confessabili.
Non viene quindi difficile capire perché ad Osaka sorga una “Coltrane House”, un luogo quasi magico, come si avrà modo di scoprire in uno degli affascinanti bonus del Dvd, non guasto la sorpresa: francamente, fossi un americano mi vergognerei un tantino di questo, anche se non fossi un miliardario mascherato con toupet arancione, ma a maggior ragione un componente di quell’establishment intellettuale che pure molto conta e di molto dispone.
Il crescendo travolgente di immagini e suoni del film (sembra quasi che chi lo ha montato lo abbia costruito al suono di “Impressions”….) ad un certo punto si arresta: scorrono le silenziose immagini di una sala prove deserta dove campeggia uno splendido sassofono, che si intuisce essere l’ultimo strumento di Trane: poi una delle moltissime, straordinarie ‘foto animate’ che popolano il film, con Trane ancora in Giappone e si preme il fianco destro parlando con uno degli entusiasti interlocutori giapponesi.
Seguono le emozionanti testimonianze di Sonny Rollins e, soprattutto, di Benny Golson (quest’ultima uno dei vertici emotivi del film), che parlano dello sgomento alla notizia della scomparsa di Coltrane per un devastante cancro al fegato. Ma come ci ricorda Percy Heath, che spiando nella bara riconosce dell’amico solo le mani che tanto aveva osservato durante le sedute comuni di studio, lui non era più lì, era andato ancora avanti, in un’altra “transition”, solo una delle tante della sua breve esistenza.
Infatti, mentre in sala scorrevano i titoli di coda in un lungo silenzio che solo i vecchi appassionati di cinema hanno raramente conosciuto, mi ritorna in mente il Carlos Santana che suona “A Love Supreme” non appena arrivato in tutte le sue infinite camere d’albergo “per purificarle da ogni negatività”, od il John Densmore, batterista dei Doors, che confessa: “Elvin Jones mi ha dato le sue mani”, dopo aver passato serate e serate a spiare da vicino Coltrane ed i suoi dalla toilette di un club californiano. I veri grandi riescono sempre ad avere eredi improbabili.
Postsciptum personale, ozioso ed abusivo: quello che è uscito in una plumbea mattinata novembrina dopo “Chasin Trane” è lo stesso ragazzino che in un pomeriggio d’estate di più di quarant’anni prima aveva visto entrare come un fulmine da una finestra “A Love Supreme”, il suo secondo disco di jazz.


 

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna