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Un ricordo…

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Lo so, forse questa non è la sede più adatta per quello che sto per scrivere, ma francamente non ne immagino altre. E questo sia perché forse alcuni dei nostri lettori condivideranno i miei ricordi, mentre per gli altri potrà essere una testimonianza forse curiosa e stimolante. Tutto inizia da una notizia triste: giorni fa attraverso uno di quei passaparola che percorrono carsicamente la sparuta e dispersa comunità dei jazzfan mi è giunta la notizia della scomparsa di Giacomo Battistella. Il nome dirà poco a molti...


Lo so, forse questa non è la sede più adatta per quello che sto per scrivere, ma francamente non ne immagino altre. E questo sia perché forse alcuni dei nostri lettori condivideranno i miei ricordi, mentre per gli altri potrà essere una testimonianza forse curiosa e stimolante.
Tutto inizia da una notizia triste: giorni fa attraverso uno di quei passaparola che percorrono carsicamente la sparuta e dispersa comunità dei jazzfan mi è giunta la notizia della scomparsa di Giacomo Battistella. Il nome dirà poco a molti, il che si spiega con il fatto che Giacomo si era ritirato dalla scena da molti anni – almeno 10.
Che nel mio paesaggio ideale abbia lasciato un vuoto, lo testimonia il fatto che ogni volta che mi trovo a passare a Milano nell’elegante Via Vincenzo Monti, immediatamente dopo l’incrocio con via XX Settembre, lo sguardo corre d’istinto in un angolo all’ombra di un bel filare d’alberi…. Ora c’è solo un negozio di parrucchiere, pardon, uno dei tanti ‘curatori d’immagine’ che affollano ormai questa città.
“The Black Saint” non c’è più, con la sua elegante vetrina traslucida ed oscurata, che lasciava appena intuire l’interno. Sì, stiamo parlando di un negozio, naturalmente di dischi. Molti diranno: “E con ciò? Ne sono spariti tanti…. E’ la naturale evoluzione dettata (od imposta) dall’avvento delle nuove tecnologie”.
Ma quello di cui sto parlando era un negozio molto “speciale”, concepito in partenza per esser qualcosa di molto di più. Della misteriosa vetrina abbiamo già detto: entrando la prima cosa che colpiva era il dominio assoluto del colore nero che contraddistingueva tutte le sobrie scaffalature, nel bancone che ospitava un impianto hi-fi ricercatamente fanè (ricordo un giradischi Garrard un po’ fuori moda, ma ideale per il pesante lavoro che lo attendeva), ed infine la lunga serie di divani di pelle che contornavano tutto il perimetro dello spazio libero. Sì avete capito bene, un negozio attrezzato di divani…. Una cosetta abbastanza eccentrica, soprattutto nella Capitale della Fretta (quasi sempre fine a sé stessa).
Su tutto questo singolare ambiente incombevano dei pannelli bianchi smerigliati, da cui filtrava una tenue luce soffusa che sarebbe piaciuta moltissimo al grande Decae, il direttore della fotografia dei più bei film di Jean Pierre Melville. Solo che al posto dell’ambiguo ed impeccabile proprietario di night dalla doppia vita c’era lui, Giacomo. Intendiamoci: anche lui aveva i suoi numeri in fatto di eleganza naturale e distintiva in anni molto ‘casual’, un po’ per istinto ed un po’ per posa. Infatti la storia di “The Black Saint” inizia all’incirca a metà degli anni ’70, tempi molto felici per la musica, ma allora non ce ne rendevamo conto.
Certo, Giacomo, anzi “Battistella”, come tutti lo chiamavano, era un commerciante, e nemmeno di complemento. Prima di aprire “The Black Saint” (nessun rapporto con l’omonima ed altrettanto gloriosa casa discografica), aveva maturato anni di esperienza credo prima come buyer e poi come dirigente della grande distribuzione, esperienza che si notava in molti dettagli. Ma ad un certo punto la sua notevole e remunerativa posizione professionale gli va stretta e tenta quel che non è riuscito a molti: trasformare una grande passione in un lavoro, e di quelli seri.
Pur in anni di grande e variata offerta discografica, l’occhio professionale di Battistella aveva visto un vuoto da colmare, e cioè principalmente le incisioni di musicisti allora in ombra per l’incombere di tanti giganti ancora attivi e le pagine meno note e frequentate di tanti grandi del jazz classico e della prima modernità: questo comportava il rivolgersi esclusivamente al canale dell’importazione di piccole etichette già allora scartate dal mass market del jazz e soprattutto entrare in contatto con quel remoto Eldorado della discografia jazz che era (ed in gran parte è ancora) il Giappone. Analoghe impostazioni vennero applicate anche ad una selezionata offerta di dischi rock che nei primi anni il negozio offrì.
Più facile a dirsi che a farsi: gli ultimi anni ’70 ed i primi anni ’80 furono un periodo di totale debacle per la rimpianta lira, che precipitava in caduta libera nei listini delle valute (in prima linea proprio verso il dollaro e lo yen giapponese), con tutto un seguito di draconiani provvedimenti di restrizione valutaria che rendevano l’importazione diretta di beni ‘voluttuari’ come i dischi una sorta di roulette russa finanziaria ed un rompicapo burocratico. Ma mestiere e professionismo hanno la meglio, ed il negozio-salotto di Via Monti in breve si riempie di “perle rare”, che, salvo qualche rarissima eccezione, erano introvabili altrove in Italia.
Ovviamente i tesori di The Black Saint non erano – né potevano essere – economici: basti ricordare che in anni in cui un album singolo di importazione USA costava mediamente circa Lit. 3.800/4.500, i dischi di Battistella partivano dalle Lit. 10.000 per sfiorare anche le Lit. 20.000 per le impeccabili edizioni giapponesi, di qualità editoriale e tecnica anni luce distanti non solo dai prodotti nazionali, ma anche dalla produzione USA che nella seconda metà degli anni ’70 conobbe un periodo di deplorevole trasandatezza ed approssimazione.
Altrettanto naturalmente, i primi frequentatori del negozio furono agiati signori che condividevano la passione ed il gusto sicuro di Giacomo, ma presto cominciarono a farsi avanti giovinetti ben più squattrinati, ma molto appassionati al punto di rasentare l’interdizione per prodigalità (allora molto di moda per gli eroinomani di qualche risorsa) per le spese che facevano nel salotto di via Monti (alimentate perpetuamente dai lunghi ‘accantonamenti’ di LP desiderati che Battistella consentiva nell’attesa che il giovane musicomane fosse sufficientemente ‘in lira’).
Infatti sui divani del Black Saint soprattutto al sabato si trascorrevano lunghi pomeriggi conviviali tra generazioni diverse, non solo discutendo, ma anche ascoltando insieme ore di musica. Eh sì, perché – caso più unico che raro all’epoca – il Battistella consentiva l’ascolto preliminare degli LP candidati all’acquisto, nonostante il loro costo non indifferente. Negli altri negozi la cosa era semplicemente impensabile per album che costavano forse un terzo di quelli del Black Saint. Di questi pomeriggi – cui devo molto - , conservo un bellissimo ricordo.
Inoltre, se da una parte Giacomo era capace di liquidare con sottile e distaccato sarcasmo ‘bauscia’ e blaguers di ogni tipo (e spesso anche di consolidata notorietà), anche a costo di lasciare per strada senza tante reticenze o compiacenze una clientela poco motivata o di gusti molto ‘cheap’, dall’altra era sempre pronto a prender per mano ascoltatori volenterosi ed ingenui, ma ben disposti ad abbandonare sentieri troppo battuti, non appena avesse intravisto la sua stessa scintilla di consumante passione.
Quando mi ricapitano tra le mani i dischi di allora – oggi ancor più introvabili e chimerici di allora, non sono stati sfiorati nemmeno dalle pervasive ed enciclopediche campagne di ristampa seguite all’avvento del CD – non solo non ho il minimo rimpianto per i ‘lussi’ che allora falcidiavano uno stipendio senz’altro discreto per i tempi. ma mi ritengo fortunato di aver potuto condividere almeno in piccola parte un gusto di cui oggi, in tempi di ben altra disponibilità e planetaria accessibilità, raramente, molto raramente, mi sembra di vedere l’eguale.
Un riposo pieno della ‘sua’ musica anche per Giacomo.
P.S:. Questo articolo esce privo di qualsiasi illustrazione perché, nonostante ricerche nel mare magnum del web, non è stato possibile rintracciare né una foto, né un semplice logo del Black Saint (e questo con tutto il ciarpame che vi si trova…). Quando si dice il passato…..

 

Commenti   

#8 Marco Lancini 2017-12-17 07:38
Grazie per il bel ricordo di un'epoca che purtroppo ormai non c'è più. Il Sig. GIacomo era un grande intenditore e gli sono grato per molta musica eccellente che mi ha fatto scoprire
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#7 Gianni Gualberto 2017-12-14 20:57
È proprio vero: de mortuis nihil nisi bonum. Sarà che le euologie sono un genere piagnucoloso e peloso che il più delle volte ci ricorda solo che Bruto è un uomo d'onore, ma tutti questi struggenti ricordi d'antan che sanno di rimpianto generazionale da andropausa precoce sono, per quanto apprezzabili, un delizioso make-up degno del Caro Estinto di Evelyn Waugh. È vero, Battistella, che mi ricordo dai tempi di gioventù, era persona deliziosa e per tanti versi competente (per quanto mi risulti difficile credere che la conoscenza si acquisisca in un negozio, piuttosto che con la dura fatica dello studio), ma per chiunque conoscesse gli insondabili misteri della distribuzione discografica di allora la verità, nel mettere piede nel borghesissimo, pretenzioso (quella terribile moquette da albergo britannico fra Hastings e Orpington...) e un po' funereo locale (che soprattutto vantava un altero, bellissimo e, giustamente, un po' sprezzante e cinico felino), era una sola: il sovrapprezzo esagerato. Per carità, chi fa del commercio, ancorché nobile o ipoteticamente aristocratico, non è tenuto a fare il benefattore dell'umanità, ma i prezzi che Black Saint inalberava erano semplicemente esagerati. La battuta di Polillo, citata da Roberto, era comprensibilmen te acidula, e ristabiliva fra le righe una verità storica, nonostante tutte le nostre rugose nostalgie da reduci di non si sa bene che cosa. Onore, dunque, a un antesignano, perché ancora oggi la distribuzione discografica fa mostra di un'esosità che da tempo ha causato un danno autolesionista soprattutto a quella produzione che in qualche modo cercava di aspirare a un qualcosina di più del semplice profitto.E se non fosse subentrato un uomo acuto e pratico come Giovanni Bonandrini, anche la pur gloriosa e omonima etichetta discografica sarebbe probabilmente finita (e, certo, ingiustamente) gambe all'aria. Bel negozio, proprietario amabile e competente, ma già c'era quell'aria della "Milano da bere" che ancora oggi fa mostra di volere sopravvivere alla propria surreale caducità.
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#6 Alberto Arienti 2017-12-13 21:44
Passavo in Via Vincenzo Monti per vedere qualche novità import ma poi finivo in corso Magenta da Buscemi, più adatto al mio portafoglio.
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#5 loris 2017-12-12 17:48
qui c'è un intervista, ad ognuno le proprie riflessioni: http://www.arcoiris.tv/scheda/it/5006/
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#4 Luciano 2017-12-12 11:14
Luciano Linzi
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#3 Luciano 2017-12-12 11:05
Che gli sia lieve la terra.
La competenza di Giacomo era davvero straordinaria.
La sua conoscenza di dischi,cataloghi,collezioni,
nomi,date era impressionante,enciclopedica.
Venivo a Milano da Padova,da giovane appassionato,e quel negozio nero,senza insegne esterne,mi sembrò subito un luogo
di delizie e meraviglie.Disc hi rarissimi,ghiot te ristampe giapponesi che Giacomo si faceva arrivare regolarmente da fidati ed esclusivi fornitori,rende vano una visita in Via Vincenzo Monti 41 una gioia indimenticabile .Giacomo era anche prodigo di consigli e suggerimenti.Av eva un gusto preciso e raffinato e giudizi netti,talvolta taglienti.Su tutto regnava il suo sorriso,la sua ironia.Certo,no n regalava nulla.Il suo sapere,la sua professionalità se la faceva adeguatamente pagare.Ma potevi stare certo che il disco rarissimo che stavi cercando da anni,lui te lo avrebbe sicuramente trovato.
Una precisazione doverosa:l'etic hetta "Black Saint" è stata fondata da Battistella nel 1975.Il primo disco, omonimo,fu quello di Billy Harper.A cui seguirono altri,tutti davvero meravigliosi.
Frank Lowe,Steve Lacy,George Lewis,Oliver Lake,Muhal,Arch ie Shepp,etc.La produzione veniva seguita da Giacomo Pellicciotti.Le produzioni venivano realizzate presso il miglior studio di registrazione di Nyc dell'epoca,il Generation Sound Studio.
Spesso le copertine venivano illustrate dalle magnifiche fotondel leggendario Giuseppe Pino.Giovanni Bomandrini rilevò il marchio ed il catalogo nel 1977.Il primo disco da lui prodotto fu se non sbaglio uno di David Murray.
Devo molto a Giacomo Battistella per la formazione della mia conoscenza in campo jazzistico.
Al suo ricordo va il mio pensiero più affettuoso.
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#2 roberto 2017-12-11 21:34
Anch'io ero un frequentatore del Black Saint. Occasionale naturalmente, non certo per la varietà di proposte ma per la mancanza di...materia prima. Epperò ricordo la cortesia e la competenza di Battistella, anche nei confronti di un giovane come me (erano gli anni 70') poco dotato di credit card indispensabili per....fare spesa. Ricordo anche una celebre battuta di Arrigo Polillo; " Con il jazz i soldi li hanno fatti solo in due: Miles Davis e Battistella"!
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#1 roberto 2017-12-11 12:02
Un pezzettino anche della mia storia si è consumato dentro le mura del Black Saint. Di Battistella ricordo la cortesia e la competenza, io ero solo un imberbe appassionato senza il dovuto armamentario di carte di credito indispensabili per poter ...fare spesa. Ho poi ascoltato con le mie orecchie una battuta sarcastica ma in tono bonario di Arrigo Polillo riferita al nostro: "I soldi con il jazz li hanno fatti solo Miles Davis e Battistella !"
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