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Altre risposte, altre ironie (amare)

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Editoriali

In margine al dialogo a distanza Bettinello/Dall’Ava, mi si consenta qualche aggiunta e precisazione… In primis, qua saremo dei semplici ascoltatori con qualche anno di esperienza, ma non certo così sprovveduti da credere ad un miraggio come quello della “purezza del jazz”, autentica contraddizione in termini che fa il paio solo con il mito della pura razza italiana.


In margine al dialogo a distanza Bettinello/Dall’Ava, mi si consenta qualche aggiunta e precisazione…
In primis, qua saremo dei semplici ascoltatori con qualche anno di esperienza, ma non certo così sprovveduti da credere ad un miraggio come quello della “purezza del jazz”, autentica contraddizione in termini che fa il paio solo con il mito della pura razza italiana, coltivato in un paese da sempre percorso ed occupato dalle orde ed armate più diverse, eccettuate solo quelle eschimesi per cause di forza maggiore e disadattamento climatico.
Siamo anche abbastanza realisti da far i conti con la antica vocazione italiana a “correre in amorevole soccorso del vincitore”, ma il farlo con denari e risorse pubbliche ci sembra, come dire, un tantino ‘antiestetico’. L’intervento pubblico nell’organizzazione di attività di spettacolo ha legittimità se serve a far sormontare ad un evento di natura genuinamente culturale l’ovvio handicap di risorse economiche che pressoché sempre (e soprattutto oggi) ne minaccia la stessa fattibilità e la relazione con il pubblico.
Dubito però che concerti venduti a prezzi minimi di € 60 (Conte) o € 35 (Bollani in solo) necessitino di questa tutela, trattandosi di imprese commerciali che hanno di per sé nel loro Dna non solo la quadratura dei conti, ma anche il legittimo profitto. Invece il nostro Ministero dei Beni Culturali, oltre al consueto e sempre più inflazionato patrocinio, concede in uso un monumento nazionale come Villa Pisani (niente paura, è stata ben “valorizzata”, i titolari del “pacchetto Vip” sborsano € 170 per godersela meglio cenandoci dentro – a buffet…).
Questo dopo aver chiesto recentemente ai jazzisti italiani - quelli veri, che per concedersi il “lusso “ di fare la loro musica spesso si devono barcamenare con un secondo o terzo lavoro, ben più prosaico e spesso poco conciliabile con la creatività – di suonare tra le rovine de L’Aquila tra mille disagi organizzativi e tecnici, e questo GRATIS, e nel bel mezzo di una stagione estiva che spesso rappresenta il clou delle loro opportunità di lavoro e reddito. En passant, non mi risulta che Frank Sinatra o Dean Martin abbiano mai goduto dell’imprimatur del Dipartimento di Stato, del resto loro si contentavano di Las Vegas, mica pretendevano di suonare al MOMA….
Debolezze ed assenza di barriere immunitarie del nostro mondo del jazz: si può anche convenirne, soprattutto se si pensa a quelli che voltandogli di fatto le spalle ora occupano quei lussuosi palcoscenici di cui si parlava qualche riga più su. Siamo magnanimi nei loro confronti: l’affezione alla parola “Jazz” forse nasconde l’ombra di un inconscio rimorso per quel che si è preso a quel mondo senza rendere del proprio.
Stranamente questa sindrome di immunodeficienza sembra meno diffusa tra quelli che hanno qualche difficoltà ad arrivare a fine mese con la propria musica: invidiati vantaggi di uno stile di vita più spartano? Eppure non mi sembra che la cultura del jazz inclini verso l’ascetismo stoico come ideale di vita. Ovviamente ce n’è anche per noi del pubblico, specie se un po' ‘scafato’: a farsi imbonire con una manciata di perline colorate pur di apparire ‘trendy’ non si guadagna in considerazione e ci si prepara a ricevere altra bigiotteria ancor più a buon mercato.
Quanto alla macchina organizzativo-impresariale, la mia cara Industria dell’Evento, spiacente, qui niente sconti: in quest’ambiente nulla si fa a caso, qui le parole si commerciano e si prezzano lettera per lettera. Se si ci si è accaparrati “jazz” è solo perché la parola (solo lei purtroppo) “vende”, o meglio “rende” presso un certo tipo di clientela, che del suo significato ha poca o nulla cognizione (fatto questo eccepibile anche sotto un profilo puramente mercantile).
Peccato che non si sia passati prima dalla cassa a pagare il minimo debito morale contratto con quelli che quella parola la hanno riempita di significato con la loro vita, in cui per pubblicare un disco da 3.000/4.000 euro (circa 20 pacchetti Vip del concerto di Conte nel ‘bene culturale’ Villa Pisani) si deve ricorrere al crowfunding… magari anche a fondo perduto.
Infine, la “comunità di pubblico e di musicisti curiosa di cose di segno differente”. Qua a Milano ce la abbiamo avuta: ci sono voluti trent’anni per farla crescere, i musicisti venivano da oltreoceano, si staccavano in media 120.000 biglietti l’anno per 12/13 concerti, biglietti a 12/15 euro l’uno beninteso, ma per sentire gente che la settimana prima aveva suonato in club newyorchesi, di quelli che fanno tendenza sul serio...
Ora è tutto finito improvvisamente, perché il principale sponsor privato (tra l’altro colosso della comunicazione) ha forse ritenuto che non ci guadagnasse, o quantomeno non abbastanza, o forse si facevano altri programmi per il venerabile teatro che ospitava il tutto. Di fronte a questa improvvisa crisi la Mano Pubblica ha ritenuto di continuare a rimanere in tasca al calduccio come nei lustri precedenti….. e tutto è finito con buona pace della comunità di ascolto e creazione che per trent'anni non è costata un euro di danaro o risorse pubbliche, altro che Villa Pisani ‘a buffet’….
Con immutata stima all’ Autore di “Storie di Jazz”….. con l’augurio che non debba aggiornarlo con un’appendice italiana, bastano già i compianti Tenco ed Urbani...

 

Commenti   

#3 alberto arienti 2017-06-09 14:04
Credo che fare paragoni col teatro d'opera sia improprio, visto che questo è una tradizione italiana da tramandare. Il jazz, invece, in Italia non ha mai avuto un forte impatto (a differenza della Francia, Gb, Germania o Polonia) per cui uno si può chiedere che senso abbia sostenere una musica che non è mai veramente diventata un patrimonio nazionale e che vede sempre le cose migliori arrivare dall'estero.
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#2 milton56 2017-06-08 20:27
“Non capisco se il jazz sia una manifestazione culturale da proteggere ed aiutare, oppure no. In Italia, naturalmente”

Mi spiace di non esser stato sufficientement e chiaro.
La risposta è ovviamente sì, perché:
-si trovano risorse pubbliche per finanziare spettacoli di musica leggera come il concerto di Conte, che per il loro livello di prezzi e per la notorietà mediatica del personaggio non ne avrebbero alcun bisogno;
- il jazz in Italia non può contare sul suo circuito naturale, quello dei club, in cui potrebbe sviluppare una sua autosufficienza economica ed organizzativa. Paradossalmente decenni fa un embrione di questo circuito si stava sviluppando, ma poi con gli anni è stato soffocato prevalentemente dalle difficoltà burocratiche e normative che rendono in Italia impresa proibitiva quella di far ascoltare musica dal vivo in un locale pubblico.
Ce lo ricordiamo il risultato del sondaggio svolto tempo fa dalla loro associazione tra i jazzisti romani: “Qual'e' il maggior ostacolo allo svolgimento della tua professione?” Risposta plebiscitaria: “Siae!”
-realta’ culturali di dimensioni e seguito paragonabili ormai a quelle del jazz – come ad esempio il teatro d'opera – vengono finanziate con ingenti risorse pubbliche senza che la collettività abbia in contropartita adeguato e ragionevole accesso alle stesse. Provate da milanesi comuni ad acquistare un biglietto per un'opera alla Scala e poi mi saprete dire. Questo dopo che il teatro storico è stato ristrutturato eliminando decine di posti in galleria, gli unici effettivamente accessibili ai comuni mortali ed è stato ‘snobbato' il nuovo Teatro degli Arcimboldi (altri denari pubblici..), costruito per diventare il ‘secondo palcoscenico’ per le repliche che tutti le altre grandi istituzioni operistiche europee possiedono. Scelta miope e classista che fa rivoltare nella tomba Grassi ed Abbado (non a caso quest'ultimo non si è più visto a Milano per decenni, mentre all'estero fondava orchestre a ripetizione)
- in Italia non abbiamo più (e forse abbiamo avuto poco anche in passato) quelle figure di mecenati disinteressati cui il jazz americano deve molto per le sue esperienze più creative (i vari “grants” e borse di studio delle fondazioni, gli assegni a cinque zeri delle ereditiere che finanziano i periodi di studio e perfezionamento anche di musicisti già affermati che vogliano temporaneamente affrancarsi dalle servitù dello showbiz). Purtroppo la nostra aristocrazia del denaro al momento si manifesta pubblicamente con Briatore ed il Billionaire;
- il jazz si vede inoltre privato di in suo naturale accesso al pubblico per via della politica seguita negli ultimi anni dalla Rai, che lo ha segregato in minuscole, simboliche e precarie “riserve indiane”, negandogli lo status di “musica quotidiana” con cui un pubblico via via più ampio potesse spontaneamente familiarizzarsi . Questo vale anche per RadioTre. Molto meglio la Rai “pedagogica” del vituperato Bernabei.
-infine, vi sono realtà cittadine italiane in cui ormai abbiamo più sale e spazi pubblici dei musicisti chiamati normalmente ad esibircisi. A Milano abbiamo un teatro con ben due sale – una da quasi 1.500 posti – che viene utilizzato UN (dicesi “uno”) pomeriggio a settimana. E questo dopo esser costato venti anni di ristrutturazion e. Quindi, e per dirla con il gergo degli ideologi dell'ottimizzaz ione, c'è anche un problema di “efficientament o delle strutture” (perdonate la parolaccia, ma quelli parlano così…) cui il jazz potrebbe contribuire con utilità di tutti.

Scusate, ma meglio esser prolissi che fraintesi. Milton56
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#1 alberto arienti 2017-06-07 12:10
Non capisco se il jazz sia una manifestazione culturale da proteggere ed aiutare, oppure no. In Italia, naturalmente.
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