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Orfani Dell'Aperitivo

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Editoriali

Mesi fa parlavamo proprio qui di luci che si spegnevano e luci che si accendevano sulla scena jazzistica milanese: ma l’enfasi era tutta su queste ultime, si inaugurava un nuovo festival che offriva un bel quadro della musica di improvvisazione americana ed europea. Ora invece ci tocca parlare di un’altra luce che invece si spegne, contribuendo ancor più a quel quadro oscuro e depresso che ha lentamente avvolto Milano.


Mesi fa parlavamo proprio qui di luci che si spegnevano e luci che si accendevano sulla scena jazzistica milanese: ma l’enfasi era tutta su queste ultime, si inaugurava un nuovo festival, con un cartellone che, pur senza particolari audacie, offriva un bel quadro della musica di improvvisazione americana ed europea. Ora invece ci tocca parlare di un’altra luce che invece si spegne, contribuendo ancor più a quel quadro oscuro e depresso che ha lentamente avvolto Milano ormai da almeno vent’anni a questa parte.
La luce ora oscurata ci ha tenuto compagnia per trenta anni, e soprattutto dopo l’aprirsi della Grande Depressione in cui siamo ancora immersi (crisi che non è fatta solo di denari che mancano, ma anche di comunità che si disgregano, di cultura e di creatività artistica ormai retrocesse a vuoto orpello del marketing e della pubblicità), ha avuto la funzione di una finestra aperta sul mondo, là dove un certo fermento c’è ancora, così come la capacità di sublimare e tradurre in musica i sentimenti di questi tempi così difficili e, direi, così afasici.
Infatti, da un’intervista rilasciata alla pagina cittadina di un giornale, il Direttore Artistico ha annunziato la definitiva chiusura della stagione di Aperitivo in Concerto. Già tirava un’aria poco rassicurante, ma anche i più pessimisti pensavano ad un severo ridimensionamento per gli ennesimi tagli di budget, ma certo non ad una secca cessazione di ogni attività. Tra l’altro, mancava e manca ogni notizia circa una ripresa della rassegna “Jazz al Parenti”, che negli ultimi due-tre anni costituiva una sorta di complemento di quella del Manzoni, con una sua precisa linea di esplorazione del c.d. mainstream .
Che dire? Prima di tutto i ringraziamenti. Innanzitutto a Gianni Morelenbaum Gualberto, per la passione e l’intelligenza profusa nell’impresa, oltre che per aver dato fondo al suo background di esperienze e contatti internazionali che credo nessun altro abbia più sulla scena dell’organizzazione musicale milanese.
Un altro “grazie” va al “Signore seduto in platea”, cui ho alluso in un’altra occasione, e che ora non c’è motivo di non nominare: Fedele Confalonieri. Senza la sua personale passione, e soprattutto senza il suo sostegno organizzativo e finanziario, questo piccolo, ma importante miracolo non sarebbe stato possibile. Saluto in lui uno degli ultimissimi uomini d’impresa che hanno saputo dimostrare nei fatti che il denaro non è fine, ma uno strumento, che ha una sua legittimità sociale quando sa convertirsi in civiltà, cultura e bellezza. Ci penseranno i loro successori a farci capire -a nostre spese – cosa stiamo perdendo: è quasi comico – ma molto significativo – che un simile riconoscimento venga da uno come me, le mille miglia lontano dagli ambienti in cui questi “ultimi mecenati”si sono affermati e sono cresciuti, ma va riconosciuto che la stagione di una Milano capitale dell’intelligenza (soprattutto di quella inquieta) è stata essenzialmente dovuta a loro (sottolineo il tempo passato).
Infine, grazie allo staff del Manzoni, un posto veramente speciale per fare musica (uno dei migliori in città, rimpiangeremo a lungo il suo bel suono, che quasi mai il jazz ha avuto altrove), ricco di un suo stile retro’ di grande fascino: il più grande e sentito augurio che gli si può fare è quello di continuare ad esistere, portando con sé il ricordo di un pubblico che forse mai aveva conosciuto nella sua lunga storia: un pubblico capace di ballare e cantare tra i suoi confortevoli velluti.
A questo punto, la più vieta e frusta retorica esigerebbe un accenno alle nuove e diverse opportunità che senz’altro si schiuderanno e relegheranno in un polveroso album dei ricordi i lunghi anni dell’Aperitivo. Ma che volete, se c’è una cosa che il jazz ha portato in dote a noi che lo amiamo è proprio il disincanto e la costituzionale allergia alla retorica, il megafono del cinismo, della malafede e del vuoto d’idee. Che sia per questo che questa musica stia così…sulle scatole nel Belpaese? Ed allora diciamolo chiaro: il vuoto che si apre non è in nessun modo colmabile in questa grigia Milano di questo plumbeo inizio di millennio. Lo sarebbe stato nella Milano del Boom, quella dei frigoriferi comprati a cambiali, nella Milano dei c.d. “Anni di Piombo”, capace di progetti e speranze che oggi non sappiamo più nemmeno dove stiano di casa, e persino nella “citta da bere” dei dissipati anni ’80, in cui l ‘Ultimo Party esigeva almeno un po' di creatività (e tra tanta dozzinale, c’era anche modo di contrabbandarne un po’ di genuina, il pubblico -per quanto un po’ brillo -era ancora in grado di riconoscerla).
Non resta quindi che frugare tra i cocci di questo piccolo disastro per cercare qualcosa di ancora utilizzabile per noi Robinson della cultura. Aperitivo non era uno dei tanti effimeri festival dai cartelloni tutti eguali e privi del minimo azzardo, idealmente rivolti ad un pubblico presenzialista più di competenza degli assessori al Turismo che di quelli alla Cultura, privo di qualsiasi coesione e caratterizzazione. È stata viceversa una rassegna stabile, che ha spesso messo in gioco la fiducia conquistata presso i suoi numerosi e differenziati aficionados proponendo occasioni di ascolto innovative ed inizialmente prive di richiamo tranne che per pochissimi addetti ai lavori: queste scommesse sono state sempre accettate ‘a scatola chiusa’ da un pubblico che molto spesso ha fatto scoperte così entusiasmanti in cui diversamente non si sarebbe mai imbattuto (un esempio dal programma di quest’anno, i San Francisco Jazz Collective, chi altri li ha portati in Italia?).
Questo pubblico è così lentamente cresciuto nella sua capacità di ascolto (ricordo una battuta di Charlie Haden – uomo notoriamente non facile e per niente incline alle moine ed all’imbonimento – che in una pausa disse al pubblico del Manzoni: “sapete ascoltare, applaudite sempre al momento giusto”), affrontando con apprezzabile compattezza ascolti ‘di sesto grado superiore” come Frederick Rzewsky, che avrebbe invece fatto il vuoto nella platea della Scala.
Ed è proprio questa “comunità d’ascolto” che si è riconosciuta in una sensibilità aperta agli ascolti più diversi, compresi quelli più vitali ed intelligentemente comunicativi, l’eredità migliore lasciataci da Aperitivo in Concerto, eredità che va a mio avviso assolutamente preservata anche come base e stimolo per qualche altro “matto” che volesse riprendere il discorso interrotto (perché nella deprimente situazione milanese ed italiana è proprio di “matti” guidati dalla sola passione che c’è bisogno per creare qualcosa di buono, non della stucchevole, esosa e sterile “Industria dell’Evento” che riesce ad un tempo a tediarci ed a svuotarci le tasche).
Quindi mi permetto di lanciare agli ex dell’Aperitivo che frequentano queste pagine un appello a mantenersi in contatto tra di loro ed a non perdere di vista anche le conoscenze più occasionali e superficiali (quante amicizie invece sono nate tra le poltrone del Manzoni, vincendo la proverbiale solitudine del jazzfan…): siamo pieni di strumenti “soscial” di tutte le risme, per una volta tanto facciamone un uso veramente “socialmente utile”.
Un ultima considerazione, che spero che arrivi in un certo palazzo poco distante dal Manzoni: il malinconico epilogo dell’Aperitivo dimostra che la totale delega al Privato dell’organizzazione e della promozione di cultura è politica ormai giunta al capolinea (se si ritira persino un colosso della comunicazione come Fininvest, per la quale le cifre in gioco per la rassegna del Manzoni non potevano che rappresentare degli spiccioli…); è quindi il momento di attente riflessioni anche da parte del Pubblico, partendo dal concetto che per catalizzare un’offerta culturale di qualità spesso sono decisive -almeno all’inizio- risorse che non sono necessariamente il denaro: la disponibilità di luoghi adatti, il supporto organizzativo, la mediazione burocratica (si pensi solo al rapporto con quel potente disincentivatore di musica che è ormai la Siae…) ed infine la comunicazione adatta determinano il decollo delle nuove idee, i denari – che non sono poi così pochi come si vuol far credere – spesso compaiono dopo, attratti dalla prospettiva di darsi un’immagine.
A chiudere questo discorso una piccola provocazione, una citazione ad orecchio di quel Don Milani che ancora qualcuno ricorda: “le mani che stanno in tasca non sono pulite, sono solo oziose”.
Benvenuti commenti, repliche et similia.

 

Commenti   

#1 riccardo 2017-04-03 15:49
Mi complimento con l'amico Riccardi per il bel pezzo e l'onesto riconoscimento alla manifestazione che ci ha regalato tanta buona musica in questi anni e per tutti i gusti.. Aggiungo al citato gruppo dei S.F. Jazz Collective anche quello del cartellone dell'annata precedente dedicato ad Arturo O'Farrill, un musicista e compositore eccezionale, rispettatissimo negli USA e di grandi tradizioni familiari che qui nemmeno ci si sogna di invitare e forse nemmeno di conoscere. Il che indica che i problemi intorno al jazz non sono solo legati alla mancanza di fondi, ma anche alla mancanza di idee, per non voler dire di peggio.
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