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Un ‘Anorak’ replica a Geoff Dyer

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

È vero, siamo in grande debito con lui per lo splendido “Natura morta con custodia di Sax”, un libro che quasi tutti abbiamo sui nostri scaffali e tra le cui pagine abbiamo passato momenti difficilmente dimenticabili. Ma anche i grandi amori spesso finiscono, lasciandosi alle spalle ceneri sulle quali vale la pena di meditare. E così, con l’implacabile lentezza e memoria di un elefante, vado a rivangare un post del collega Dell'Ava, in cui si riportava per stralci l'intervista rilasciata dall'indimenticato Geoff Dyer ad un trendyssimo periodico femminile...


Geoff DyerÈ vero, siamo in grande debito con lui per lo splendido “Natura morta con custodia di Sax”, un libro che quasi tutti abbiamo sui nostri scaffali e tra le cui pagine abbiamo passato momenti difficilmente dimenticabili. Ma anche i grandi amori spesso finiscono, lasciandosi alle spalle ceneri sulle quali vale la pena di meditare. E così, con l’implacabile lentezza e memoria di un elefante, vado a rivangare un post del collega Dell'Ava (clicca qui per leggere) in cui si riportava per stralci l'intervista rilasciata dall'indimenticato Geoff Dyer ad un trendyssimo periodico femminile (en passant, e con tutto il rispetto per le ”tendenze”, ma visti i tempi che corrono, non sarebbe il caso di cominciare ad “essere” qualcosina, invece di continuare incessantemente a “tendere”?). Io invece me la sono andata a recuperare tutta, cavandone le seguenti chicche.
Intervistatrice: “Perché i musicisti jazz, come gli uomini, non sono più quelli di una volta?” (quelli che, appena rientrati dopo esser usciti vent'anni prima per comprare le sigarette, davano in escandescenze perché non trovavano il pranzo pronto in tavola? Nota del Redattore)
Dyer: “Perché il jazz oggi è qualcosa che si impara a scuola. Pura accademia. È uno stile musicale, non più un mondo con la sua mitologia. Tutt’al più, quella mitologia riguarda solo il suo passato”.
Sulle “scuole del jazz” Dyer tutto sommato segna un punto a suo favore, qualche rischio di sclerosi tecnicistica e di codificazione arbitraria e preconcetta si avverte, ma di qui a parlare di accademia ce ne passa: in quella con l’ “A” maiuscola, quella con il potere ed il denaro, il nostro jazz fa sempre la parte del cane in chiesa, parte ancor più sottolineata anche da pose di paternalistica degnazione.Forse dobbiamo rassegnarci a constatare che per Dyer il jazz ed il suo mondo sono stati solo un soggetto letterario splendidamente sviluppato (come altri in seguito), e per di più con molta enfasi su un romanticismo che oramai abbiamo alle spalle. Del resto è lo stesso Dyer a prender le distanze da questo mito:
Dyer: “Bisognerebbe però ricordarsi che il mito del junkie non è altro che questo: un mito. E che nella realtà i drogati, anche se artisti, sono semplicemente... dei drogati. Diciamola tutta. Gli anni d’oro del jazz non erano affatto così sexy e così cool, tutti fumavano come turchi e quindi puzzavano orribilmente.”
Vero, ma nel ridurre il tutto ad una questione di olfatto mi sembra di cogliere una punta di indifferenza e di sufficienza verso il carico di miserie e sofferenze umane, quasi sempre subite e non scelte, che portava verso la siringa. Soprattutto alla luce di quanto si legge poco più sotto:
Intervistatrice: È più sexy il jazz o il rock? (A’ rieccoci…. ma allora è proprio una fissa… Nota del Redattore)
Dyer: “Be’, il rock ormai è una barzelletta. E né l’uno né l’altro hanno più molto da offrire se paragonati al mondo della dance e dell’elettronica. Sì, va bene, il momento migliore è già passato anche per questo genere, ma credo che finché vivrò prendere ecstasy e ballare elettrodance tutta la notte rimarrà insuperato come divertimento”
Sinceri auguri per un entusiastico debutto con certi “svaghi” ad un'età che consiglierebbe maggior saggezza nella spendita delle risorse fisiche che restano. Con ciò comunque Dyer si qualifica da sé come un cacciatore di emozioni, denunziando quindi un'attitudine consumistica e compulsiva che il jazz non soddisfa più. Del che secondo me non c'è affatto da dolersi: anzi, che questa musica sia rimasta un'isola di resistenza umana in un mondo “usa e getta”, ai miei occhi ne accresce il fascino.
Ancora Dyer che risponde a domanda sulla sempiterna questione dei problematici rapporti tra jazz ed universo femminile (tematica ormai più lungamente e inconcludentemente frequentata delle diatribe teologiche che oppongono da secoli Cattolici ad Ortodossi):
Dyer: “Non credo che il jazz sia una cultura troppo macho, piuttosto troppo “anorak”. Che in Inghilterra è un modo per classificare quei tipi nerd, sfigati veri che si riconoscono dalla giacca a vento (anorak) che è praticamente la loro divisa, e dal fatto che nutrono passioni ossessive per cose che la maggior parte della gente reputa noiose. Nel caso del jazz è una serie di intrecci, di dettagli; sanno tutto su cose del tipo «chi ha suonato con quell’altro in quel disco», e il modo in cui l’assolo di X in tale brano allude all’assolo di Y in un altro, etc. Gli uomini sono molto più portati a catalogazioni di questo tipo, rispetto alle donne”
Il fanatismo filologico attribuito ai jazzfans mi sembra un tantino esagerato, anche se è vero che la natura derivativa e stratificata di questa musica rende difficili e rari i colpi di fulmine che consentano di innamorarsene all’istante, prescindendo da un minimo di consapevolezza della sua storia (anche se quando questo succede, in genere è per la vita). Ma un altro punto concediamolo a Dyer: indubbiamente va ascritta ai jazzfans una certa incapacità di contagiare altri con la loro passione, di spiegarla e comunicarla. Touche', mettiamo da parte un certo esoterico spirito di setta e diamoci al proselitismo (magari recuperando da uno scaffale impolverato proprio il libro di Dyer)
E veniamo infine alle giacche “anorak”. Non le conoscevo, ho visto un catalogo su Google Immagini: essenziali e funzionali, ma un tantino ‘sfigatelle', non c'è che dire. E con ciò? Capisco che il non esser ‘trendy’ sia un peccato capitale agli occhi del mondo del glamour (di un giorno), ma anche qui che il jazz risulti indigeribile per un certo milieu modaiolo non solo non mi induce a fare un plissé, ma mi suscita anzi un certo legittimo orgoglio. C'è ancora un’isola di resistenza umana in cui esiste un'ideale di bellezza frutto di un lavoro di paziente e sottile raffinazione e che si contrappone al bulimico flusso di trovate ed effetti destinate a durare lo spazio di un mattino, in quello seguente saranno buone per il carnevale del kitsch. Tra l'altro questa sarabanda di mode e tendenze di un giorno, questo defile’ permanente, mi sembra sempre più avere al suo centro un oscuro nucleo di costitutiva, irrinunziabile distruttivita', il versante estetico di altre manifestazioni della nostra società, molto meno futili e trascurabili.
Ma ora è tempo di andarsi a procurare la anorak d’ordinanza, mai sia che si deluda il nostro pubblico di arbitres elegantiarum…..

 

Commenti   

#1 andrea 2017-11-07 08:17
Quasi comico, Dyer, se non avesse scritto "Natura morta con custodia di sax". Un patetico voltagabbana.
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