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Ancora sugli oggetti che ci portano la musica

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Quelle che seguono sono riflessioni e spunti disordinati, scaturiti di getto dalla lettura dell'articolo dell'amico Baroni. Sul desiderio di approfondirli e meglio strutturarli ha prevalso l'urgenza di entrare nella discussione. L'argomento è troppo importante e “vissuto”: a mio avviso infatti questi oggetti stanno cambiando profondamente il nostro rapporto con la musica, e ben presto trasformeranno la musica stessa. Questi nuovi supporti e formati musicali mi sembrano legati alla fruizione della musica in mobilità...


Quelle che seguono sono riflessioni e spunti disordinati, scaturiti di getto dalla lettura dell'articolo dell'amico Baroni. Sul desiderio di approfondirli e meglio strutturarli ha prevalso l'urgenza di entrare nella discussione. L'argomento è troppo importante e “vissuto”: a mio avviso infatti questi oggetti stanno cambiando profondamente il nostro rapporto con la musica, e ben presto trasformeranno la musica stessa.
Innanzitutto questi nuovi supporti e formati musicali mi sembrano legati alla fruizione della musica in mobilità, e cioè in situazioni in cui anche inconsciamente una parte della nostra attenzione rimane vincolata all'ambiente circostante. Alla musica va quindi un’attenzione diminuita e diluita, che già di per sé esclude un certo tipo di ascolti. Questo per tacere del livello di rumorosità di fondo degli ambienti in cui ci muoviamo, che anch'esso finisce per trasformarsi in un filtro-barriera: quando viaggio sulla metro di Milano non posso fare a meno di pensare che tutti gli ascoltatori in cuffiette che popolano i vagoni (en passant, prevalentemente uomini, dato che sarebbe interessante approfondire) siano appassionati di heavy metal, unico genere musicale che con volume del dispositivo al massimo può prevalere sui frastuono di fondo dei treni (che non a caso ha attirato anche indagini ASL..). Per quanto mi concerne, le rare volte in cui sono entrato distrattamente in metropolitana ascoltando un brano jazz, mi sono trovato dopo pochi secondi a spegnere il riproduttore: la musica era solo un flebile rumore di fondo in più, che contribuiva -sia pur minimamente – al fastidio provocato dagli altri.
Le cuffiette, altro dettaglio rivelatore. Un'altra caratteristica dei nuovi formati e dispositivi è quella di orientare verso un ascolto soprattutto ‘a solo'. Anzi, in situazioni come quella che ho sopra descritto, la musica sembra deliberatamente usata come scudo o barriera con cui ci si isola dall'ambiente circostante, quasi in atteggiamento difensivo. Che questo non sia l'unico e nemmeno il più positivo modo di fare esperienza della musica mi sembra opinione largamente condivisibile anche da parte di chi non appartenga ad una generazione come la mia che ha vissuto la musica come grande tramite di comunicazione ed esperienza collettiva.
Un altro tema delicato ed importante - soprattutto per un genere che ormai non si concepisce più come “di consumo” – è quello della caducità ed obsolescenza dei supporti. A chi non è capitato di aprire un cassetto in cui giacciono cellulari dismessi e fuori uso, lettori mp3 ormai obsoleti per scarsa capacità etc: in queste occasioni a me viene da pensare che ai fini pratici questi oggetti sono diventati i sarcofagi che si richiudono sui loro contenuti, musica compresa. Ricordiamo poi che, eccettuate nicchie di utilizzo strettamente professionale con costi in relazione, tutto l'hardware che noi consumatori utilizziamo è di una tale fragilità ed obsolescenza programmata, che è come se portasse impressa una data di scadenza. Un hard disk di buona qualità è progettato per durare non più di un paio d'anni, una chiavetta Usb distrattamente infilata in tasca può esser facilmente annichilita dalla carica statica di un tessuto sintetico e via dissolvendo di questo passo. Riflettiamo attentamente sull'impatto di una simile “civiltà dell'effimero e dell'impermanenza” su di una musica stratificata e derivativa come il jazz.
Non sono mai stato un fanatico dell'alta fedeltà fine a se stessa: anzi ho spesso ritenuto grotteschi e spropositati investimenti di migliaia di euro in apparecchiature esoteriche per riprodurre musiche che sin dall'origine risultavano prive di una qualsiasi verità sonora da ricostruire. Anche l'attuale entusiasmo per gli attuali vinili geneticamente modificati mi lascia del tutto indifferente, anzi da ex acquirente ed utilizzatore dei “veri” long playing, quelli che hanno storicamente ed effettivamente circolato all'epoca, mi viene da sorridere, senza alcun rimpianto. Tuttavia in una musica dove il suono e le sue sfumature hanno un posto molto importante, la qualità sonora di registrazione e riproduzione in una situazione ‘media' di ascolto non sono affatto indifferenti: spesso è questione di integrità stessa del messaggio musicale. Gli appassionati della mia età ricordano bene l'ascolto teso e concentrato richiesto da certi incunaboli discografici attraverso cui ci arrivavano opere capitali del jazz classico ed anche del bebop: spesso si trattava di un ascolto quasi integrativo e creativo, dato che alcuni strumenti bisognava pressoché immaginarseli. Va detto che l'apparizione delle registrazioni digitali e soprattutto il graduale affinamento delle tecniche di rimasterizzazione e restauro di registrazioni analogiche d'epoca molto hanno fatto per la rilettura e la conservazione del patrimonio storico della musica jazz. Ora, e dopo aver largamente praticato ed usufruito del formato Mp3 (anche attraverso streamers di qualità), se da una parte ne riconosco la praticità sotto il profilo della circolazione via web della musica, dall'altra non ho potuto non constatare che esistono differenze palpabili e non secondarie tra la riproduzione di file mp3 e quella “loseless” del cd: nello standard mp3 e in altri suoi derivati più evoluti quel che va perso è soprattutto la profondità e la spazialità della scena sonora, tutto viene in qualche modo schiacciato ed appiattito in primo piano, è un po' come guardare un film in grande formato dalle prime file sotto lo schermo. Inoltre la compressione dell'Mp3 agisce molto anche sulla riduzione della gamma timbrica e delle sue sfumature: anche qui si può fare un parallelo con la rielaborazione che si fa in pubblicità delle fotografie, con colori artificialmente vividi e ridotti ad una tavolozza molto ridotta e semplificata, che vive di contrasti netti ed enfatizzati. Ancora una volta, inconvenienti non da poco se rapportati alla realtà sonora del jazz ed alle energie profuse nella ricerca di un suono personale. Non solo: incombe il rischio di riconsegnare le ritmiche al fondo scena buio tipico degli lp e dei 78 giri, da cui possono emergere solo con effetti e colorismo (tendenza che talvolta già mi sembra di percepire). Con la differenza che oggi bassisti e batteristi hanno spesso il ruolo di architravi strutturali irrinunziabili in piccole formazioni. Last, but not least: in studio di registrazione musicisti e tecnici calibrano la musica su standard di riproduzione che non sono certo quelli dell'Mp3 riprodotto via cuffietta. In poche parole: loro in studio concepiscono una musica, noi ne ascoltiamo un'altra.
Infine due parole su quella che tanti vedono come la panacea di molti – se non di tutti - i problemi di fruizione e distribuzione della musica: lo streaming legale ed a pagamento (modico, se rapportato all'immensita’ dei cataloghi offerti). Anche qui non parlo da luddista: sono abbonato a Spotify ed intenso utilizzatore dei suoi servizi, non finisco di stupirmi per la quantità di chicche e rarità che emergono dai suoi archivi in incessante espansione, ma…. sempre più spesso non riesco a non interrogarmi sull'immenso potere di controllo culturale che stiamo consegnando a questi servizi , che tra l'altro tendono naturalmente e poi perseguono consapevolmente la costituzione di veri e propri monopoli, che costituiscono il loro vero patrimonio economico, unitamente alla comunità di utenti fidelizzati e dipendenti. Considerato che i conti economici correnti sono e rimarranno in vertiginosa perdita, a quali compratori finali verranno consegnate le discoteche di babele e le decine di milioni di loro affezionati frequentatori? Per tacere della totale ed inevadibile sudditanza cui verranno condannati musicisti privi del potere contrattuale derivante da un pubblico di milioni di fan, distribuiti su tutto l'emisfero. Non mi soffermo nemmeno sulle scafate tecniche necessarie per orientarsi nella labirinto di Spotify et similia, dove si perde ogni prospettiva storica della musica (per tacere dei ‘dischi inventati', compilation create lì per lì, disinvoltamente affiancati alle opere effettivamente concepite come tali dai musicisti).
Infine un'ultima, fuggevole riflessione: le case straripanti di cd ed lp sono indubbiamente una realtà, ma forse non è ora di riflettere su di una certa nostra bulimia di ascoltatori, soprattutto del nuovo: non è forse il caso di ritornare all’arte del riascolto in profondità di quando le nostre discoteche riempivano sì e no uno scaffale, ma di titoli accuratamente selezionati e ricercati?

 

Commenti   

#1 loris 2017-09-27 12:01
riflessioni interessanti, condivido molte cose. La mia macchina è vecchia e ha ancora un lettore di CD, oggetto pare scomparso dalle macchine di nuova produzione. Il pensiero di essere costretto in futuro, per ascoltare uno dei miei CD, a caricarlo come MP3 sul telefono, su una chiavetta o altre robe varie, mi fa girare le balle.
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