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Oh Geri, Geri…

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Recentemente ci ha raggiunto la notizia della scomparsa di Geri Allen, una pianista forse lontana dalle passerelle della gloria e della notorietà (eh sì, anche nel suo piccolo pure il jazz ne ha…), ma con un lungo, coerente e personale percorso alle spalle. Tant'è che alcuni che si accingono a salire sulle ‘passerelle’ la citano apertamente e con un filo di orgoglio compiaciuto come loro principale ispirazione.


Geri AllenRecentemente ci ha raggiunto la notizia della scomparsa – del tutto prematura ed inattesa - di Geri Allen, una pianista forse lontana dalle passerelle della gloria e della notorietà (eh sì, anche nel suo piccolo pure il jazz ne ha…), ma con un lungo, coerente e personale percorso alle spalle. Tant'è che alcuni che si accingono a salire sulle ‘passerelle’ la citano apertamente e con un filo di orgoglio compiaciuto come loro principale ispirazione. Ma non è tanto della sua densa e fitta carriera che vi voglio parlare, quanto della sua uscita di scena, e del suo legame con il mondo della musica ed il rapporto che noi abbiamo con lo stesso.
Certo la sua scomparsa è stata precoce, almeno vista con gli occhi di un'Europa per cui 60 anni non sono ancora un'età per morire. E questo ci fa capire come anche per certi fatti basilari, direi addirittura biologici, America ed Europa siano ormai mondi diversi ed in recente, sempre più sensibile allontamento.
A maggio dovevo andare ad ascoltare Geri a Vicenza, in compagnia di Enrico Rava: un duo piuttosto originale ed inedito. Volevo risentire dal vivo un'altra volta la pianista che mi aveva inciso indelebilmente nella memoria uno dei miei brani preferiti, un turbinoso ”Feed the fire” che sin dai lontani anni ’90 continua a ronzarmi implacabilmente nella testa: è compreso in un bel Blue Note del 1994, in trio con Ron Carter e Tony Williams, la ritmica del Quintetto per antonomasia, quello del Davis degli anni ’60 (giusto per far capire a chi non la conosce a che livelli siamo). E la mia è una testa in cui di musica ne è passata e ne passa tanta, molta anche eccellente. Ma i rotondi, vertiginosi vortici di “Feed the fire” sono sempre li, ad aprire un'improvvisa voragine in tanti laghi di noia. 
Più di recente, molte mie grigie levate mattutine sono state riscaldate ed illuminate da “Grand River Crossing”, un'intensa evocazione delle musiche Motown che hanno accompagnato l'adolescenza di Geri: niente ammiccamenti, niente furbesche “operazioni nostalgia” ahimè a noi ben note, ma uno dei ritorni alle proprie radici musicali , anche le più semplici ed ingenue, che diversi tra i jazzmen americani più maturi e consapevoli stanno sempre più spesso compiendo di recente. 
Il destino – “cinico e baro”, come diceva uno dei nostri Presidenti del passato, molto meno retorico e notarilmente acchittato di gran parte dei suoi successori – ha voluto che la ‘fuga' a Vicenza venisse miseramente cancellata, e con essa quello che sarebbe stato l'ultimo appuntamento con Geri. 
Ma allora questo non lo sapevo. Quando un amico di Tracce mi ha segnalato la notizia della scomparsa improvvisa di Geri, mi ha preso uno sconcerto particolare, diverso dal senso di privazione generato da tante, troppe occasioni analoghe e recenti. Mi si è imposto nitido, chiaro e tagliente uno di quei pensieri che io chiamo ‘involontari’, cioè non figli di articolate e ragionate riflessioni, ma una sorta di illuminazioni improvvise che si impongono inesorabilmente per la forza della loro evidenza: “ha suonato sino agli estremi giorni della sua vita, in pratica è morta sul palco”. 
Non sono un medico, ma mi riesce difficile immaginare che un cancro uccida fulmineamente, con improvviso tracollo dopo giorni di quasi assoluta normalità, fatti di viaggi resi faticosi e problematici da questo nostro secolo impazzito, di alberghi più o meno anonimi ed accoglienti, di palchi dove non sempre tutto va come dovrebbe, dove talvolta siamo ben lontani dalle condizioni minime necessarie per far musica in modo dignitoso e sereno. Cos'è stata allora quest'ultima, lunga tournee di Geri? In quali condizioni e con quale sacrificio la ha affrontata? Perché lo ha fatto e non si è concessa un’ultima pausa di raccoglimento e riflessione?
Tutti noi, chi più, chi meno, ci portiamo dentro un'immagine del mondo del jazz intrisa di romanzesca tragicità ed a volte di una compiaciuta retorica “maledettista”. È un'immagine che ha avuto una sua storica realtà sino a almeno agli inizi degli anni ’80 e, confessiamocelo, per molti di noi ha costituito un motivo di fascinazione che ci ha irresistibilmente coinvolto con questa musica.
La “bellezza nonostante” di cui ho parlato qualche tempo fa. Ma il jazz dopo ha saputo staccarsi da questo milieu di tardo ed ammalorato romanticismo senza perdere in profondità ed l'intensità creativa, anzi guadagnando quasi un'apollineo standard di bellezza essenziale e concentrata in un mondo che di sgangheratezze ed artificiosi eccessi è ormai saturo.
E badate bene, non parlo solo della c.d. “cultura di massa” o di mero consumo. Il jazzista per qualche decennio addietro è quindi diventato un ‘artista normale', valutato per la sua creazione e non per il suo personaggio o per una biografia da romanzo. Gli si sono aperti spazi in cui far maturare la sua musica in situazioni affrancate da impellenti necessità di sopravvivenza. Certo quasi nessuno è diventato ricco con questa musica (oddio, qualcuno che gira in jet executive c'è, magari potremmo fare qualche riflessioncina anche sul culto adorante che continua a circondarlo anche dopo costose ed inaccettabili bizze da diva holliwoodiana …. ), ma sempre più sporadici ed isolati sono stati i destini personali tragici e disperati.
E la nostra Geri Allen è stata appunto uno di questi artisti “normali”, anche con qualche intermezzo di ridotta visibilità dovuto forse ad impegni familiari (mi piace pensarlo, la avvicina a scelte simili di una delle ultimi vere grandi del rock, la Patti Smith che per parecchi anni ha saputo rinunziare alle vesti di Pizia della New Wave per crescere i suoi bambini…meravigliosamente imprevedibile anche in questo, no?). 
Questo sino a qualche anno fa, però. Oggi il musicista di jazz si ritrova a dipendere totalmente per la sua semplice sopravvivenza dai concerti, per di più diffusi e dispersi su di un orizzonte ormai planetario. Il disco – una volta la vera e propria “opera” dell'arte jazzistica, la summa di un'esperienza compiuta ed affinata per farsi valutare anche da chi seguirà – è a momenti ridotto alla “demo del concerto”, al suo trailer od al suo teaser, come dicono quelli del cinema. Con tutto quel che segue in termini di profondità, compiutezza e resistenza al tempo.
Stiamo quindi assistendo ad un vero e proprio regresso nelle condizioni di esistenza di chi crea questa musica, che non può non risentirne a lungo andare. Questo girone di “dannati del palcoscenico”, che ci devono salire per obbligo e necessità anche quando per motivi di creatività ne farebbero a meno, non coinvolge solo artisti giovani o di nicchia, ma riguarda anche veri e propri maestri riconosciuti (eh sì, ce ne sono ancora), che debbono giocarsi una fama ed una reputazione consolidate anche quando le risorse fisiche non gli consentono più performances all'altezza del loro passato. Sono uscito con infinita tristezza da alcune di queste serate, al punto di cominciare ad evitarle accuratamente (ma non senza sensi di colpa verso chi mi ha regalato in passato tante emozioni). 
E veniamo al punto che ci tocca direttamente: siamo sicuri di non esser anche noi in parte responsabili di questa situazione? Noi intesi come consumatori, acquirenti o NON acquirenti di questa musica? Riflettiamo sul fatto che, come diceva quel tale spesso recentemente citato da molti pessimi soggetti, “non esistono pasti gratuiti”. E tutti noi dovremmo sapere quanta “fame” di bellezza ed emozione genera il mondo che abitiamo, e quanto sia difficile e raro saziarla: per molti di noi – specie della mia generazione- la musica non è uno sfizio, ma una necessità per vivere. Soprattutto in un mondo che ci appartiene sempre meno, e che peraltro non ci vede esenti da responsabilità, anche quelle di omissione lo sono. 
Invece quanti balzelli assurdi ed esosi tributiamo senza fiatare, anzi quasi entusiasti ai “gatekeepers”, i Padroni dell'Accesso di cui preveggentemente parlava già quasi trent'anni fa uno dei pochi veri profeti del Nuovo Millennio, Jeremy Rifkin; gente il cui vero mestiere ormai non è quello di aprirli i cancelli, ma di crearli dal nulla e per di più su terre che non erano le loro, ma che promettevano di esserlo di tutti. La solita vecchia storia della corsa alla Nuova Frontiera, che alla fine crea sempre i soliti rancheros latifondisti con l'alibi di elemosinare dieci acri ed un mulo ai veri disperati in fuga dalla schiavitù, materiale o morale. 
Al prossimo click di download o di streaming, pensiamo a Geri ed alla sua ultima tournée, pensiamo a quanto veramente valgono per noi le emozioni che lei ed altri ci regalano. Pensiamo ad un mondo senza di loro, scoraggiati ed umiliati.
Pensiamo al fatto che alla nostra “fame” potrebbe facilmente non restare altro che la sonorizzazione ‘a metraggio' che ci intorpidisce nei centri commerciali, magari anche condita dal contorno di un ‘personaggio' costruito a tavolino per imbonirci. Perché questa è la soluzione che più conviene ai Padroni dell'Accesso, l’unica che poi sappiano veramente gestire: la sindrome di controllo è la loro vera vocazione. C'è da rimpiangere persino certi “produttori padroni” di una volta, che quanto meno la musica la consideravano ‘cosa loro', e non un gadget-esca per piazzare la loro mercanzia o, peggio, per schedare anche le nostre anime e rivenderle un tanto al gigabyte.
Spiacente di aver forse incupito qualcuno, ma sono anche sicuro che le avvisaglie dell'avvento della “musica da supermercato” siamo già in molti ad avvertirle. 
Pace e finalmente riposo a Geri Allen, che a me mancherà moltissimo.



 

Commenti   

#1 Negrodeath 2017-07-13 11:26
Nemmeno io sono un medico, ma esistono forme di tumore che (se uno non li scopre accidentamente tramite altre analisi) se ne stanno buoni e crescono, finché non è troppo tardi - a quel punto poi li si scopre anche, ma non c'è molto da fare. Ci sta bene che sia stato pure il caso di Geri Allen, purtroppo.
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