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Etichette con l’anima: Mosaic Records

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Michael Cuscuna non è uno dei tanti “padroni della musica”, non è nemmeno uno di quei produttori-eminenza grigia che incombono alle spalle di grandi musicisti, trasformandosi nella loro anima nera. È viceversa una figura rarissima nel paesaggio musicale americano: un vero, tenace e determinato organizzatore di cultura, uno cresciuto dalla gavetta.


Mosaic RecordsUn film “indie” americano di qualche anno fa aveva un titolo che recitava: “Guida per riconoscere i tuoi santi”.
Sara’ anche utile, ma io non ho avuto nessun bisogno di questa “guida” per inserire al volo ed al primo incontro Michael Cuscuna nel mio personale pantheon laico. E vi assicuro che è pure alquanto sparuto.
Cuscuna non è uno dei tanti “padroni della musica”, non è nemmeno uno di quei produttori-eminenza grigia che incombono alle spalle di grandi musicisti, trasformandosi nella loro anima nera.
È viceversa una figura rarissima nel paesaggio musicale americano: un vero, tenace e determinato organizzatore di cultura, uno cresciuto dalla gavetta. Infatti debutta da lavoratore-studente come magazziniere ed archivista di diverse celebri “etichette” che hanno fatto la storia del jazz: alla sua minuziosa, archeologica conoscenza dei loro archivi dobbiamo una delle sue più belle imprese, Mosaic Records.
Chi condivide con me decenni di vizio jazzistico ha già capito di cosa parlo: di quei box rigorosamente neri, pesanti ed ahimè inevitabilmente costosi che in rarissime occasioni si intravedevano – rigorosamente sotto chiave – nei negozi di dischi appartenenti ad un ristrettissimo gotha. Qualche facoltoso ed organizzato collezionista se li comprava direttamente negli States, rischiando un'avventurosa spedizione via Regie Poste e bizantine discussioni con le nostre ineffabili dogane.
Mi correggo: i black boxes di Mosaic non erano pensati per il feticismo collezionistico (anche se i rarissimi esemplari in circolazione quotano cifre iperboliche, quale vero appassionato se li venderebbe se non per assoluta necessità?), ma rappresentavano vere proprie operazioni di salvataggio e recupero culturale (spesso anche dalla speculazione collezionista di cui sopra, oltre che dall’ignavia dei titolari dei diritti).
La cura ed il rigore posti nell'opera trasformavano i cofanetti Mosaic nell’equivalente jazzistico delle collane Oxoniense e Belles Lettres, che preservano i classici greci e latini in edizioni impeccabili per correttezza e completezza, i “ne varietur” dei filologi appunto: entrati lì dentro non c’è più da preoccuparsi di distrazioni o sordità critiche e nemmeno del frastuono inconcludente dell’”attualità a tutti i costi”, si è semplicemente oltre, tra le cose destinate a restare.
Infatti cosa faceva Mosaic? Individuava interi sets di registrazioni da tempo fuori catalogo, il cui ‘fil rouge’ poteva esser un determinato ed omogeneo periodo di un musicista o di una formazione, più raramente la produzione di una intera etichetta; successivamente rintracciava i detentori dei relativi diritti (impresa spesso tutt’altro che facile), ottenendo dagli stessi una licenza temporanea di ristampa, limitata ad un determinato numero di copie (mediamente 5.000) e con specifica ed inderogabile scadenza temporale oltre la quale anche le copie eventualmente invendute avrebbero dovuto esser ritirate dal commercio.
Finalmente acquisiti i master o spesso altri ben più precari supporti (matrici di 78 giri, addirittura copie degli stessi, acetati etc.), Mosaic metteva al lavoro abilissimi tecnici del suono che con lungo e certosino lavoro ricavavano dalle matrici storiche nuovi master digitali di qualità sonora spesso stupefacente e sempre e comunque di ineccepibile musicalità. Poi la palla passava a discografi e musicologi, che riordinavano il materiale secondo rigoroso ordine cronologico di sessione, ricostruendo con massimo scrupolo le formazioni coinvolte.
A questo punto si materializzavano le famose “black boxes”: da una parte serie di cd o lp (si andava dai 6 ai 12 ed oltre), che si accompagnavano ad un sontuoso volume di un centinaio di pagine, fitto di saggi illustrativi, dati discografici e bellissime foto d’epoca, quasi sempre inedite. Tutto rigorosamente in un sofisticato bianco e nero, naturalmente.
Per rendersi conto di cosa tutto il mondo del jazz deve ai ‘matti’ di Mosaic, basta scorrere questa lista dello loro pubblicazioni: http://www.mosaicrecords.com/outofprint.asp.
Lo so, scorrere questo fantastico elenco di dischi ormai irraggiungibili mette molta malinconia ed anche rabbia: impossibile non pensare a quanto di questo materiale dopo la scadenza della licenza Mosaic è tornato a languire - e forse a deteriorarsi – nei magazzini degli ineffabili titolari di diritti (che magari li detengono dopo averli acquistati per un pugno di lenticchie a distanza di non so quanti passaggi a valle degli originari produttori e detentori, gli unici che all’epoca hanno veramente rischiato qualcosa…): ma questo discorso sul “feudalesimo dei diritti d’autore” ci porterebbe molto lontano, anche se prima o poi andrà ripreso, dal momento che rappresenta una seria minaccia all’evolversi della creazione artistica ed intellettuale nei più vari campi.
Fortunatamente il Tempo e l’inafferrabile Spirito della Storia hanno pagato in parte il loro debito con i “sognatori” di Mosaic: un gigante mondiale del multimedia ha diverse volte distribuito su scala ben più vasta delle edizioni “ridotte” dei black boxes tempo dopo la loro pubblicazione, implicitamente confermando la validità delle intuizioni di Cuscuna & C. (oltre che valendosi del loro lavoro…).
Potete immaginare con quale animo ho letto giorni fa un’accorata newsletter di Mosaic in cui Cuscuna elencava una lunga serie di avversità e ristrettezze che stanno mettendo in forse la stessa sopravvivenza dell’etichetta: la morte del socio Charlie Lourie, la metamorfosi subita dal mercato discografico (che certo non va nella direzione della preservazione di quello che ormai va considerato un patrimonio culturale più che l’ennesimo “prodotto” usa & getta), la decimazione di preziosi e sperimentati collaboratori, il trasloco forzato da una sia pur piccola, ma dignitosa sede ad un precario scantinato e via intristendosi di questo passo.
La mail si concludeva pregando i lettori-clienti di non insistere nell’ordinazione di copie di boxes ancora in catalogo, ma in attesa di ristampa per esaurimento scorte, essendo dubbia la possibilità di procedervi: e già, perché in barba ai Profeti del Marketting (oops, scusino il refuso freudiano…), i black boxes si vendono eccome, c’è gente disposta ad aspettarli per mesi durante le ristampe, contando sulla assoluta affidabilità e serietà commerciale della piccola Mosaic (personalmente sperimentata più volte), virtù che ormai molte majors del settore non sanno nemmeno dove stiano di casa.
Ma non sia detto che i giusti seminino sempre nella sabbia: alla mail di cui sopra dopo qualche giorno ne è seguita un’altra, di tono più lieve e rasserenante, in cui, pur non formulando programmi precisi, si ringraziavano collettivamente tutti comodo che avevano scritto manifestando supporto ed offrendo concreto sostegno alla piccola etichetta.
Evidentemente, come tutte le buone iniziative Mosaic ha “fatto comunità“, e questo oggi conta e vale nei momenti più difficili: en passant, periodicamente pubblicano una newsletter intitolata “Daily Jazz Gazette”, interessantissimo almanacco sul mondo del jazz, già dal modo in cui è confezionato si capiscono molte cose (vedere per credere: http://www.mosaicrecords.com ).
Nel mio piccolo, spero che anche questo articolo da questa sperduta penisola possa in qualche modo servigli, anche solo di conforto e di testimonianza dell’ampiezza del loro seguito.
Quanto a noi, che dire? Dal canto mio mi viene da osservare che se da cittadini ormai siamo ridotti a poco più di “anime morte” da commerciare sul mercato dei sondaggi demoscopici, trofeo di Tizi e Caii tra loro intercambiabili, come consumatori un potere ce lo abbiamo ancora, e temuto anche: saper spendere con avvedutezza e lungimiranza i nostri quattro spiccioli per attrezzarci un futuro forse più sobrio, ma certo meno dozzinale e plastificato dell’oggi.

 

Commenti   

#1 Raffaello Bellano 2017-06-22 16:06
Ho letto anche io con molta tristezza laettera inviata da Cuscuna. Sono (credo) uno dei pochissimi in Italia a possedere quasi tutti i box Mosaic, dico quasi tutti perchè manca quello di Clifford Jordan dedicato alle incisioni Strata East. Lo sto aspettando da più di un nno e spero che la previsione di averlo in catalogo a fine luglio sia vera.
Spero proprio che l'avventura Mosaic non si fermi anche se alcune ultime riedizioni non promettono molto di buono (mi riferisco ad esempio ai box Dial e Savoy con materiale che un vero appassionato possiede in molte edizioni).

Raffaello Bellano
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