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Milano Blues

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Qui di seguito potrete leggere una panoramica critica di quel che è rimasto della musica afroamericana e di improvvisazione nella Capitale Morale: la stessa possa valere sia come stimolo a promotori ed organizzatori, che come vademecum di sopravvivenza per l’ascoltatore (condannato da tempo ad ascetica astinenza ed a guardare con invidia il flusso di idee ed iniziative che si registra in tante città di provincia).


Qui di seguito potrete leggere una panoramica critica di quel che è rimasto della musica afroamericana e di improvvisazione nella Capitale Morale (finiti i dane’ si rivaluta anche quello….): la stessa possa valere sia come stimolo a promotori ed organizzatori (quelli sopravvissuti), che come vademecum di sopravvivenza per l’ascoltatore (condannato da tempo ad ascetica astinenza ed a guardare con invidia il flusso di idee ed iniziative che si registra in tante medie città di provincia italiane – ad esempio il confronto con le vicine Bergamo e Novara è semplicemente impietoso).
Tanto per iniziare, mi viene in mente uno dei più celebri luoghi topici del Blues: quello dell’ “empty bed”. Trasposto su scala cittadina, direi che a Milano risuona ossessivamente l'“empty stage Blues”.
Nelle ultime settimane si registra la pressoché totale assenza di proposte che valgano a mantenerci in contatto con la scena internazionale ed americana in particolare: male, malissimo, non solo e non tanto per gli ascoltatori, ma soprattutto per i jazzisti italiani, sempre minacciati dal pericolo mortale di un arroccamento autarchico e provinciale, che rischia di diventare anche compiaciuto e deliberato con deleteria incidenza sulla musica prodotta (che in qualche caso si intravede già).
Qualche milanese obietterà’: ma c’e il Blue Note. Vero, ma mi sia consentito di osservare che si tratta di un palcoscenico con caratteristiche molto particolari. Innanzitutto fa parte di un catena internazionale che condiziona largamente la sua programmazione con un taglio ben preciso che esclude pressoché sistematicamente intere fasce della scena creativa jazzistica: cosa perfettamente legittima trattandosi di un’impresa commerciale, tra l’altro con costi ed investimenti tutt’altro che trascurabili, considerati gli standard dell’impresariato musicale italiano. Anzi, va apprezzata la recente saltuaria apertura a band italiane - ovviamente di già consolidata reputazione - che bene fanno a cogliere queste rare occasioni presentandosi in gran spolvero. Last but not least, per le sue stesse caratteristiche strutturali Blue Note non può che selezionare il suo pubblico tra i titolari di capienti carte di credito: per riprendere una vecchia polemica, anche un Vecchio Signore Ingessato come me deve fare accurate - e rare - scelte in un cartellone che comprende offerte che nel migliore dei casi partono dai 30 euro e molto più spesso superano i 50 nelle occasioni più attraenti (e parliamo di un set di 40/50 minuti al massimo).
Ripieghiamo quindi sulle realtà organizzative di casa nostra e su occasioni più generalmente accessibili. Una menzione particolare merita Area M, ma non vorremmo che si trattasse di una menzione ‘alla memoria’, dato che quest’anno si conclude il triennio di supporto e di contribuzione assicurate da una nota Fondazione bancaria (e questa scadenza la dice lunga sui limiti di questo sistema di supporto delle attività musicali che hanno bisogno di acquisire e consolidare un loro pubblico). Ad Area M comunque si giocano il tutto per tutto convogliando le ultime risorse nel dare un’ultima spinta a due grandi formazioni che senza di loro non avrebbero potuto nemmeno immaginare un decollo come quello che hanno avuto: mi riferisco alla Archtipel Orchestra di Farao’ ed alla Monday Orchestra di Misiti.
Scelta intelligente e razionale quella di fare da incubatrice ad organici che diversamente avrebbero avuto solo vita sporadica ed occasionale (e forse non avrebbero mai raggiunto il pubblico esteso che ora hanno). In particolare, Archtipel ha approfittato dI questo rush finale per allargare e diversificare il proprio repertorio in direzioni che in circostanze più ordinarie si sarebbero potute definire un po' temerarie (Ligeti…), ed invece in questo finale di partita appaiono invece ammirevolmente coraggiose. Missione compiuta anche la riapertura alla musica di luoghi come il glorioso cineteatro Leonardo e lo sbarco sul palcoscenico del Menotti: mi permetto di dire che entrambe le realtà hanno tutto da guadagnare nel raccogliere il testimone portogli da Area M.
A proposito di rilanci temerari, è impossibile non tornare a ricordare il battagliero Bonaventura Music Club, che in questi mesi ha addirittura raddoppiato i suoi spazi dedicati al jazz (martedì e giovedì sera, cui si aggiungono domeniche dedicate allo Swing), offrendo l’alternarsi di giovani gruppi (in cui però già si intravedono sicuri talenti) a formazioni italiane di primissimo piano che paradossalmente però difficilmente troverebbero altri spazi nell’asfittico panorama milanese. Senza contare che Bonaventura è sostanzialmente l’unico ad incarnare in dimensione umana ed accessibile il modello del Club, calda e quotidiana palestra per ascoltatori e soprattutto musicisti, un’istituzione la cui rarità e gracilita’ è forse la più grave tara costituzionale del mondo jazzistico italiano sia sul versante del pubblico che – lo ripeto ancora una volta – su quello dei musicisti creativi.
Che una volta tanto la cieca casualità che governa la macchina impazzita della nostra economia riservi un’occhio benevolo a questa piccola navicella: ricordando che sta anche a noi buttarci fuori di casa staccandoci da repellenti ed inconcludenti talk show o da narcisistici ed autoreferenziali “social” per cogliere qualche emozione e magari qualche incontro, di quelli veri, però.
In questo ambito va segnalato anche il Masada, che, sia pur con minore costanza ed intensità, offre uno spazio alla musica afroamericana ed improvvisata: tra le proposte nostrane qua va segnalata qualche insospettabile sortita verso orizzonti più ampii (Dave Liebman il 28 maggio).
In questi giorni parte inoltre l’annuale edizione di "Break in Jazz", una volta una splendida idea: far suonare gli allievi e gli insegnanti dei corsi di jazz della Scuola Civica di Musica di Milano a beneficio di coloro che escono dagli uffici del centro per la pausa pranzo. Un modo di avvicinare spontaneamente e senza barriere formali un pubblico generico ed occasionale ad una musica normalmente rinchiusa in anguste ‘riserve indiane’, fisiche e morali. Un’occasione d’oro per ascoltatori curiosi, una palestra professionalmente preziosissima per i giovani musicisti in erba e, perché no, anche per i loro insegnanti, musicisti ben più sperimentati.
Gli anni scorsi questi concerti si tenevano in raccolte piazzette del centro ed addirittura nei mezzanini delle stazioni della metropolitana dello stesso circondario. Quest’anno invece cosa si fa: si sceglie un’unica sede, il pur suggestivo Teatro Burri sito quasi al centro del Parco Sempione, assolutamente distante e irraggiungibile nei 40/50 minuti di pausa dal popolo dei negozi e degli uffici di Piazza Duomo e dintorni, parola di uno che in quel circondario ha lavorato per più di trent’anni e per di più ha pure buone gambe.
Magnifico, la solita deleteria Filosofia dell’Evento riserverà questi ascolti a qualche ereditiera a passeggio col cane od a qualche patito di jogging con orari ultraflessibili e personalizzati, con buona pace di impiegati e commesse con il panino in mano (ma loro non sono trend-setters, si sa.. ). Complimenti, rieccola la Riserva Indiana, “continuiamo a farci del male così”, come direbbe qualcuno.
Ma si sa, l’appassionato medio segue sempre con trepidazione l’allungarsi delle giornate ed i primi tepori che fanno presagire l’estate, alle nostre latitudini stagione regina del jazz. Ed in effetti qualcosa già si annunzia per le serate di giugno e luglio (quelle di agosto sono riservate alla meditazione sull’alienazione metropolitana, si sa): ancora Area M è di scena, sostituendosi al precedente “Ritmo nelle Città”, ma il cambio non è di sola ragione sociale, è di genetica.
Infatti per dare un doveroso – e forse ultimo - saluto ad un gigante come McCoy Tyner (che tante emozioni ci ha regalato), o per intrigarci con l’Afro Beat di Tony Allen già sodale di Fela Kuti occorre cominciare a saltare qualche pasto: per l’illusione di vivere in una città europea occorre staccare un biglietto che tra prezzo base e pressoché ineludibili prevendite rasentera’ i 50 euro. Siamo a livello del ricordato Blue Note, solo che lì non è necessario il preventivo richiamo della vaccinazione antimalarica richiesto viceversa dalla vispa biodiversità entomologica dell’Orto Botanico, sotto la quale un paio di anni fa stava soccombendo Tyshawn Sorey, non proprio un fuscello.
Per fortuna è almeno previsto un ripiego al coperto per il caso non remoto di qualche temporale. Che dire? Un’altra democratica ed accessibile occasione di ascolto con anni di storia dissolta nel nulla. È difficile gettare la croce addosso agli organizzatori, il prezzo è quello determinato dall’evidente ritiro del sostegno pubblico: da bravi e mansueti contribuenti locali ci guarderemo bene dal disturbare il pacioso sonno di un’Amministrazione che ha olimpicamente ignorato la data del 30 aprile, International Jazz Day proclamato da Unesco. Troppi assorbenti impegni, chissà come però il ben più piccolo comune limitrofo di Cinisello Balsamo ha trovato modo e tempo di organizzare per l’occasione concerti e persino presentazioni didattiche per i ragazzi delle scuole (grande idea questa) per rompere il ghiaccio con questa ‘musica strana’.
La guida di sopravvivenza del jazzfan meneghino ahimè si chiude qui: “il catalogo è questo”, niente a che vedere con quello del Don Giovanni mozartiano, tutt'altro. Ai più giovani ed a quelli affrancati dalla servitù di risvegli antelucani suggerisco di tener d'occhio anche le realtà del grande hinterland milanese, che spesso dimostrano vitalità ed iniziativa molto maggiori della c.d. “Capitale” (tanto per non far nomi, Cernusco sul Naviglio e Bollate, ma ci sono molte altre piccole amministrazioni comunali che fanno cose egregie ed anche sorprendenti se rapportate ai loro mezz).
Mai come in questo caso sono benvenute aggiunte, integrazioni e novità … la Speranza è sempre l'ultima dea.

 

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