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Padre e figlio: dal blues al jazz

Scritto da Dario Giardi on . Postato in Articoli

Questo articolo è un estratto dal libro “Viaggio Tra Le Note. I segreti della teoria e dell’armonia musicale” di Dario Giardi (2016, edito da I Libri Di Emil), un percorso dove vengono presentati e descritti, sotto una luce diversa, tutti gli aspetti e i segreti della teoria e dell’armonia musicale. Un approccio moderno derivato dall'esperienza personale dell'autore, diplomatosi presso il Berklee College of Music di Boston.


Viaggio Tra Le Note. I segreti della teoria e dell’armonia musicaleQuando si parla di jazz bisogna essere pronti a tuffarsi in un universo musicale unico e misterioso. La stessa origine della parola è incerta e misteriosa.
Dizzy Gillespie sosteneva che jasi, in un dialetto africano, significa “vivere a un ritmo accelerato”.
Alcuni pensano che provenga da un termine congolese, jass o jazz, che significa “eccitazione” e che doveva essere usato nei momenti ricreativi delle tribù africane. Per altri pare che negli Usa venisse usato dagli schiavi neri per incitarsi nel duro lavoro delle piantagioni. Se prese il significato di “incitare”, allora forse si può credere alla versione di chi lo fa provenire dalle grida d’incitamento rivolte a un suonatore nero di trombone, il cui nome era Jess o Jasbo Brown. Altre versioni ritengono che invece derivi dal verbo francese jaser (vociare, rumoreggiare). Comunque il termine fu usato per la prima volta nel 1913.
Personalmente credo più alla prima versione perché è evidente la radice profonda che lo accomuna con il blues.
Per capire davvero allora cos’è il jazz dobbiamo fare un passo indietro nella storia, anche se questa ricerca ha sempre dei limiti: “Amico, se devi chiedere che cos’è il jazz, non lo saprai mai” diceva Louis Armstrong.
Comunque proviamoci e iniziamo calandoci nell’atmosfera che si doveva respirare nella seconda metà dell’Ottocento, nelle regioni del Sud degli Stati Uniti, quando si sviluppò il blues, un canto che traeva origine dalle melodie intonate dagli schiavi delle comunità nere.
Queste povere persone cercavano di alleviare la fatica intonando semplici canti in cui una voce solista pronunciava una frase e il coro replicava: erano i nostalgici "work songs" (canti di lavoro), la cui scansione ritmica coincideva con la cadenza dello sforzo fisico. Una "call and response" che è rimasta come anima e tratto distintivo e caratterizzante della struttura blues.
Non è possibile stabilire quanto sia vecchio questo genere musicale, ma di certo non è antecedente alla venuta degli schiavi africani negli Stati Uniti e non sarebbe potuto esistere se gli schiavi africani non fossero diventati schiavi americani.
Potremmo considerare il blues come l’atto di nascita dei neri americani.
Prima ci furono gli schiavi che parlando nel loro dialetto africano, erano in tutto e per tutto estranei. Poi ci furono gli afroamericani, i nuovi nati sul suolo americano, che iniziarono a parlare inglese ma vivevano ancora dei ricordi che i loro genitori e i loro nonni gli trasmettevano. Solo quando metabolizzarono la propria condizione, il posto in cui si trovavano (nel bene e nel male) ed ebbero voglia e capacità di raccontare la propria esperienza nella lingua di quel paese (sia pur con trucchi e ambiguità linguistiche e fonetiche), solo allora gli schiavi africani, gli afroamericani, diventarono dei neri americani.
In quel preciso istante nacque il blues come entità autonoma rispetto ai "work songs" da cui, comunque, ereditò i temi di sofferenza.
Probabilmente la parola blues è stata usata per la prima volta con la frase “having a fit of the blue devils” (avere un attacco di diavoli blu) con il significato di essere triste e depresso, come si trova nell’opera di George Colman "Blue devils, a farce in one act" (1798). Nella lingua inglese, infatti, il colore blu è associato alla tristezza e alla sofferenza e la frase “to feel blue” vuol dire sentirsi malinconici. La prima occorrenza documentata di questo vocabolo in ambito musicale risale al 1912 quando a Memphis, W. C. Handy pubblicò "Memphis Blues" (ma si suppone che l’uso sia più antico).
L’evento che ha permesso al blues di diffondersi fu l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, nel 1865, dopo la quale molti musicisti di colore poterono fare arrivare la loro musica fuori dalle piantagioni, verso le città meridionali. Un movimento che li portò, poi, a spingersi verso Nord per cercare un mondo nuovo.
Momento, questo, cruciale perché pian piano il blues da cantato divenne principalmente suonato: cosa che fu possibile quando gli schiavi liberati poterono acquistare strumenti musicali. Ecco l’atto di nascita del jazz ed è per questo che potremmo considerare il blues come il padre legittimo di tutto il jazz.
Ma cos’è il jazz? Il jazz non è solo musica. È anche un modo di stare nel mondo e un modo di stare con gli altri. Non a caso è stata la musica preferita e quella di riferimento per la beat generation, che viveva l’esistenza in modo decadente, ribellandosi al conformismo e alla massa.
Essere beat voleva dire essere diversi, emarginati, battuti e sconfitti, ma per una scelta esistenziale di estraneità rispetto al mondo inautentico dell’establishment, della carriera e del consumismo. Beat voleva dire ritmo, il ritmo del jazz di Charlie Parker, un modello etico che richiedeva di “suonare” la propria vita e la propria arte senza risparmio, fino all’ultimo fiato, con una sorta di elegante indifferenza.
Al cuore della filosofia jazz ci sono l’umiltà e il potenziale di ciascun individuo, uniti, però, alla capacità di ascoltare gli altri e improvvisare insieme. È stato creato dai discendenti degli schiavi, ma sa parlare di libertà. È figlio della malinconia del blues, ma sa lasciarsi andare alla felicità più pura.
Come si è sviluppato?
Possiamo suddividere la sua crescita, con relativa approssimazione, in cinque periodi.
Il primo va dalla fine dell’Ottocento sino al 1920 circa, quando dagli Stati del Sud i migliori jazzisti si trasferirono nelle grandi città del Nord in cerca di fortuna.
Di questo periodo la città più importante fu New Orleans, grande porto sul Golfo del Messico, alla foce del Mississippi, la più popolosa e prospera della Louisiana, colonia francese sino al 1803 e quindi punto di confluenza di civiltà diverse. Pur essendo schiavi, i neri insediati nel territorio della Louisiana godevano di libertà maggiore di quanto non accadesse per coloro che erano giunti nei possedimenti inglesi e puritani.
Questo spiega perché i primi blues, nacquero a New Orleans. I numerosi neri che, dopo l’abolizione ufficiale della schiavitù, si erano stabiliti nella città, intrapresero i più diversi e umili mestieri. Non pochi di loro cominciarono a esibirsi, senza alcuna partitura e senza neppure una vera conoscenza della musica, come suonatori di strada, usando percussioni con fustini di lamiera, banjos costruiti con scatole di formaggio e contrabbassi fatti con botti tagliate a metà.
Siccome questa vitalità ritmica piaceva, i musicanti cominciarono ad acquistare gli strumenti a fiato scartati dai suonatori degli eserciti della guerra di Secessione (cornette, trombe e tromboni, tamburi, bassi tuba, clarinetti, chitarre) e cominciarono a costituire delle orchestrine o fanfare, chiamate brass bands.
Suonando a orecchio e variando le parti in maniera estemporanea, percorrevano le strade di New Orleans esibendosi in feste, sfilate pubblicitarie, matrimoni, funerali e anche nei balli sui battelli che risalivano il fiume. Questi musicisti erano particolarmente efficaci nei cortei funebri: tutti i loro brani erano in 4/4, suonati a tempo molto lento, in modo da far camminare molto lentamente anche il seguito.
Quando però la funzione terminava, gli astanti si mettevano in fila dietro di loro, ascoltando solo la grancassa e, dopo un certo percorso al di fuori del cimitero, la musica diventava ragtime o swing, coinvolgendo chiunque fosse li. Tutti si mettevano a ballare, persino la gente che s’incontrava casualmente veniva coinvolta, al punto che divenne un’abitudine per tantissime persone aspettare che la band jazzistica uscisse dal cimitero.
Fu proprio il ballo, peraltro, ad accendere l’improvvisazione come tratto caratteristico del genere. I musicisti si trovarono costretti a suonare ad libitum estendendo parti del brano per accompagnare la voglia di ballare delle persone. Fu la danza a cambiare il contesto spingendo la musica in nuove direzioni. Quando nel 1917, per le frequenti risse, i traffici illegali e le ruberie fu decretata la chiusura di Storyville, il centro di divertimento di New Orleans, molti musicisti rimasti improvvisamente senza lavoro decisero di lasciare la città per andare al Nord.
Il secondo periodo, che va dal 1920 al 1935 circa, è considerato il periodo di maggior successo del jazz e interessa soprattutto la città di Chicago che divenne la nuova patria del jazz dopo New Orleans. Qui nacquero lo stile Chicago, espresso soprattutto da musicisti bianchi e il boogie-woogie, uno stile pianistico basato su un ritmo eseguito dalla mano sinistra su un tema blues (da cui poi nascerà l’omonima e popolarissima danza).
Il terzo periodo, che va dal 1935 al 1945, è l’età dello swing, genere di jazz che doveva servire anzitutto per ballare. Lo swing (dondolamento), infatti, è caratterizzato da una grande incisività ritmica, fatta di leggere anticipazioni e ritardi sul ritmo di base, che da, alla musica, un senso ondeggiante che si presta facilmente al ballo.
Il quarto periodo, che va dal 1945 alla fine degli anni Sessanta, è caratterizzato da una nuova presa di coscienza da parte della popolazione nera contro la discriminazione razziale. I jazzisti neri reagirono alla graduale infiltrazione dei musicisti bianchi nel loro genere musicale. Musicisti come Charlie Parker e Thelonious Monk svilupparono un rivoluzionario stile jazzistico, spesso difficile, ricercato e talvolta astruso, che gettò scompiglio tra le schiere degli appassionati.
Molti rimasero irritati anche per l’atteggiamento scostante di questi esecutori, i quali, muniti di grossi occhiali neri e di barba folta, parevano disinteressarsi del pubblico, girando le spalle appena finito un pezzo e attaccando il successivo senza badare agli applausi. Il nuovo stile fu definito bebop (cosi chiamato dai due suoni sillabici con cui veniva riprodotto vocalmente un ritmo della batteria). L’improvvisazione era totale, con un veloce fraseggio ritmico, asimmetrico e spigoloso, e un tessuto armonico complesso e aspro.
La risposta a questi stili, da parte prevalentemente di musicisti bianchi, fu il cool jazz (jazz freddo, calmo), fatto di atmosfere armonicamente composte, eleganti, rarefatte, ritmicamente diradate e assai poco aggressive. Chet Baker, trombettista e cantante statunitense noto per il suo stile lirico e intimista, ne è stato tra i principali esponenti.
L’esigenza di voler creare una cultura nera afroamericana indipendente da quella bianca, portò in seguito anche alla nascita del free jazz. Lo stile esecutivo divenne arrabbiato, aggressivo; si spinsero all’estremo le esplorazioni armoniche, ritmiche, melodiche e timbriche, per arrivare a un linguaggio musicale in cui il solista cercava di recuperare le radici più profonde della cultura africana. Alcuni musicisti rifiutarono persino il termine jazz e preferirono parlare di black music.
Il quinto periodo è quello che va dagli anni Settanta fino a oggi ed è caratterizzato dall’adozione di moduli stilistici tratti dal rock e dalle nuove tecniche elettroniche, che hanno trasformato il tradizionale jazz in jazz-rock o fusion.

Dario Giardi, dottore di ricerca in campo energetico ambientale, è animato da due grandi passioni: la scrittura e la musica. È autore di guide turistiche per case editrici nazionali e internazionali. Per Leone editore ha pubblicato il romanzo La ragazza del faro e il thriller Dna. Diplomato in teoria e armonia musicale al Berklee College of Music di Boston, ha pubblicato l’album strumentale "Finistère" ed è autore del blog http://isegretidellamusica.com

 

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