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Lettera aperta di un signore di mezza età ad un giovane liberatore

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Dal sito di una nota bevanda stimolante ci perviene un perentorio proclama giovanile: “Liberiamo il jazz dall'ingessato controllo di signori di mezza età alla ricerca di riconoscimento socio culturale”. Di primo acchitto, mi sono sentito lusingato dall'essere apostrofato come "Signore", titolo che, ove ragionatamente attribuito, risulterebbe l'onorificenza più ambita nell'Italia 'cafonal' del 21° secolo.


Dal sito di una nota bevanda stimolante ci perviene un perentorio proclama giovanile: “Liberiamo il jazz dall'ingessato controllo di signori di mezza età alla ricerca di riconoscimento socio culturale”.
Di primo acchitto, mi sono sentito lusingato dall'essere apostrofato come "Signore", titolo che, ove ragionatamente attribuito, risulterebbe l'onorificenza più ambita nell'Italia 'cafonal' del 21° secolo.
Poi, quasi insensibilmente, mi sono trovato a riflettere retrospettivamente sul mio legame quarantennale con questa musica e sulle sue ricadute sulla mia figura sociale.
A 15 anni per i poteri costituiti ero un potenziale vandalo (la sospensione pluriennale di Umbria Jazz ce la ricordiamo? E questo dopo lo straordinario “sea of faces” che aveva ispirato ad uno stupito Archie Shepp l’omonimo brano): quindi problema di competenza della Celere, con relativi metodi educativi.
Poco più tardi insieme ad un certo Gaslini (già compositore di una certa fama in ambienti accademici esteri) ed a qualche decina di musicisti in erba ed ascoltatori curiosi varcammo timidamente per la prima volta la soglia di un Conservatorio italiano per una storica lezione-seminario: intorno a noi il deserto, porte sbarrate ovunque, a sorvegliarci solo una sparuta pattuglia di bidelli che ci guardavano come gli stupratori di S.Maria Goretti colti in flagranza di reato (preciso che correva l’anno di grazia 1973, nella Milano di Grassi ed Abbado).
Successivamente pagai il consueto dazio – ahimè salato - alla proverbiale estraneità del mondo jazz all’universo femminile (regola invariabile che conosce rarissime e preziose eccezioni, in cui peraltro non mi sono mai imbattuto).
Ancora dopo, risultai ai margini di quel vastissimo movimento spirituale collettivo avviato dai Grandi Cantautori Italiani, che ha fornito una base di cultura condivisa ad almeno due-tre generazioni, che ancora oggi ne citano a memoria intere strofe (il Nobel per la Letteratura a Dylan ha quindi un suo perché… per fortuna rimarrà ad impolverarsi a Stoccolma, tanto di cappello alla ferrea coerenza di Mr. Zimmerman… dalle nostre parti sarebbe andata diversamente).
Con l’avvento del Nazionalpopolare diffuso catodicamente, da bizzarro ed asociale disadattato incapace di attingere alla profondità del Sentimento (corroborata da qualche decina di decibel, non guastano mai….) ricominciai a divenire un soggetto sospetto di borghese decadentismo, irrecuperabile al dinamico vitalismo dell’epoca (che spesso e volentieri “rivisitava” maschi inni giovanilistici di qualche decennio prima… e poi si dice che in Italia non si dà spazio ai giovani, che allora potevano scegliere tra il Nordafrica e la Russia, la Grecia e la Spagna, sempre ‘calorosamente’ accolti).
La prolungata frequentazione di ‘musica ingessata’ (tra un po' magari anche ‘degenerata’, chissà...) mi ha poi lasciato una acuita sensibilità ed allergia alle retoriche che tra l’altro sembrano doversi necessariamente accompagnare a tutte le idee “chiare ed evidenti” alla base del nostro attuale sistema economico, che ci ha condotto alle attuali, innegabili “magnifiche sorti, e progressive”. In certi contesti aziendali questa “allergia”, per quanto accuratamente e dignitosamente dissimulata, ti rende immediatamente riconoscibile dagli specialisti dell’Ottimizzazione, guadagnandoti l’iscrizione di diritto in certi loro archivi, che poco hanno da invidiare alle automatiche schedature di polizia riservate di diritto agli iscritti ai jazzclub nei paesi dell’Est degli anni ’50.
Alla vigilia della mia epurazione per “ottimizzazione” (che mi porterà a lasciare nottetempo e dalla porta di servizio un posto che ho contribuito a tener in piedi per quarant’anni - basta con la superflua retorica paternalistica di una volta, feste di ringraziamento, medagliette, discorsetti etc.), finalmente potrò stendere a tempo pieno l’ala dominatrice della mia egemonia generazionale sul mio ‘jazz ingessato’, o per meglio dire quello che ne resta. Infatti, all’orizzonte già appaiono i precursori di un ‘Nuovo Rigoroso Sentire’ per i quali la mia musica “non produce ROI (leggesi “Return On Investment”) per la casse pubbliche” (ma guarda un po', anche qui il Latinorum da Terziario Avanzato… che coincidenza!).
Come si può ben vedere, molte parti in commedia, ma mai quella ‘giusta’. E guarda un po', ora che ci penso me ne vanto pure.
Ma noi dell’Establishment Ingessato abbiamo già pronti i nostri elitari rifugi: l’altra sera mi sono trovato insieme ad un’altra trentina di snob ad ascoltare un certo Charles Tolliver, uno che decenni fa riempiva le arene dall’Olanda al Giappone con una musica che un compassato critico inglese defini’ “un getto di metallo incandescente”. La cornice era fornita da una vecchia tipografia in disuso, affettatamente arredata con mobilia regalata da un rigattiere, tra cui spiccavano intere file di sedie di legno provenienti da un cinema che deve aver visto le ‘prime’ di “Umberto D.” e di “Miracolo a Milano”. Per sottolineare la sua ricercata distinzione, uno degli ‘arrivati’ signori di mezza età ci si è seduto senza le cautele del caso, provocandone l’immediato ribaltamento (non erano fissate per terra…) e rischiando un’ingessatura, stavolta nient’affatto metaforica. Commento a caldo dell’interessato: “Tranquilli, la birra è illesa!”.
Ma adesso taglio corto, caro Damir: tra l’altro devo ascoltare i Tuoi Yussef Kamal. Viceversa credo che Tu il mio Tolliver l’abbia già ‘superato’, come si diceva un po' di tempo fa. Ti assicuro che però a settantacinque anni suonati “brucia” ancora come allora, non un fahrenheit di meno….

Cordialmente (Il vecchio signore Milton56)

Post Scriptum: sull’inconcludenza e funzionalità al Sistema del c.d. “conflitto generazionale” raccomando la lettura de “I Viceré“ di De Roberto, romanzo scritto sul finire dell’Ottocento (sic!) . Una sua riduzione cinematografica - poco più che decorosa - pochi anni fa riuscì ancora a fare imbestialire un aspirante Padre della Patria (ora non ‘aspira’ nemmeno più…..)


 

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