Stampa

Lo schermo di Mal Waldron sullo schermo

Scritto da Donatello Tateo on . Postato in Articoli

Accade raramente l’occasione di incontrare un pronunciamento così perentorio, incisivo e convincente su alcune delle fondamentali qualità di un uomo di jazz: “Ampiezza, profondità, trasporto, controllo, senso formale, passione, stupore, drammaticità, rischio, umorismo, vibrazione, perspicacia, prossimità, resistenza, calore, invenzione, sviluppo, scoperta, proliferazione.”


A Portrait of Mal WaldronAccade raramente l’occasione di incontrare un pronunciamento così perentorio, incisivo e convincente su alcune delle fondamentali qualità di un uomo di jazz: “Ampiezza, profondità, trasporto, controllo, senso formale, passione, stupore, drammaticità, rischio, umorismo, vibrazione, perspicacia, prossimità, resistenza, calore, invenzione, sviluppo, scoperta, proliferazione.”
In solo 20 secondi e già nei primi minuti (a 8:17) di questo film/documentario, una comune arida lista ma di quelle fulminanti, preparata ad hoc e recitata da Steve Lacy, propaga una cascata di luce su Mal Waldron, su tutta l’esperienza jazzistica e su altri mondi.
Già questa minima ma autosufficiente ragione di efficacissimo “reminder” vale per non curarsi affatto dei 20 anni trascorsi dalla realizzazione di “A Portrait of Mal Waldron:” (1997, Belgio, Tom Van Overberghe, regista e co-sceneggiatore, Bo Mandeville, co-sceneggiatore e co-produttore, Willem Thijssen, co-produttore) e dei 14 anni dalla scomparsa del pianista/compositore avvenuta il 2 dicembre del 2002.
Purtroppo non risulta che il film sia stato mai tradotto dall’inglese nella nostra lingua né che abbia avuto la diffusione che pure meriterebbe.
E’ ricamato sul tessuto del concerto-tributo per il 70° compleanno di Waldron tenutosi il 20 settembre 1995 al deSingel Arts Centre di Anversa; per l’occasione i convitati furono Steve Lacy, Jeanne Lee, Andrew Cyrille, Reggie Workman e, soprattutto, Max Roach con il quale il protagonista instaurò, nel suo percorso umano e artistico, il più longevo sodalizio; un sodalizio che coerentemente fa da umana cornice anche nell’impianto formale del documentario.
Nel suo aspetto strettamente musicale/performativo, fra prove e concerto in sé in variabili formazioni, da questo scrigno spuntano in frammenti alcune meraviglie sonore, nelle esecuzioni di Monk’s Dream (Monk), Snake Out (Waldron), Mistral Breeze (Waldron), White Road (Waldron/Jeanne Lee), The Seagulls Of Kristiansund (Waldron/Jeanne Lee), You Don’t Know What Love Is (Raye/DePaul), Everytime We Say Goodbye (Porter) e Epistrophy (Monk) sui titoli di coda.
White Road e The Seagulls Of Kristiansund (Waldron in coppia con Jeanne Lee), risaltano per sensibilità e intensità emotiva del più alto ordine.
Il contesto generale del singolo concerto del 1995 non deve però fuorviare perché, tanto nelle scelte “compositive” dei reperti di archivio quanto in quelle colte dalle riprese in tempo reale on e off stage, insieme all’altissimo profilo del pensiero dei suddetti compagni intervistati e ad altri ingredienti informativi e di genuino jazz lifestyle, tutto equilibratamente concorre a nutrire la ricca sostanza del film, nell’asciuttezza richiesta dalle sane convenzioni della modalità documentaristica.
Pur restando tuttora conosciuto come una personalità enigmatica, segnata da una vicenda biografica esemplare, travagliata ma anche provvidenziale per la sua evoluzione artistica, Mal Waldron è una di quelle figure pervasive che, come le più penetranti storie del jazz insegnano, spesso sono molto più rilevanti di quello che appaiono rispetto alla ovvia e legittima ombra proiettata dai giganti più visibili.
E se è anche vero che ogni musicista/artista dovrebbe fare storia a sé, Mal Waldron è qualcuno che ne ha fatta una davvero grossa.
Questo necessario documento è un ulteriore sviluppo per una maggiore comprensione del suo spirito, da cogliere finanche nei minimi cenni della pura gestualità istintiva del suo corpo fisico.


 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna