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Il jazz e la città: luci che si accendono, luci che si spengono (JazzMi ai nastri di partenza)

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Dopo almeno venti anni con tante luci spente abbiamo un primo segnale di speranza e di cambiamento: due “matterelli” organizzano l’invasione di Milano con un festival che va dal 4 al 15 novembre, conta 80 concerti del più vario taglio e costo, accostandovi diversi eventi collaterali volti a far percepire anche ad un pubblico occasionale la cultura ed il mondo retrostanti le mille ramificazioni della musica afroamericana.


So già che qualcuno arriccera’ il naso una volta lette queste note, ma le notizie che giungono da Torino mi spingono prepotentemente a sottoporvele ugualmente.
A più riprese ho rammentato la sostanziale scomparsa dal panorama culturale milanese della musica jazz, che man mano ha visto ridursi i suoi spazi a pochissime eroiche ridotte in cui è sopravvissuta tra mille difficoltà per un pubblico affezionato e tenace, ma purtroppo ristretto e poco capace di espandersi e di far notare la sua presenza sulla scena cittadina. Se si pensa che in quel grande album dei ricordi collettivo che è il Grande Cinema, Milano è immortalata in poche, memorabili immagini che spesso hanno una imprescindibile, fascinosa soundtrack jazz (per tutti “La Notte” di Antonioni con il quartetto di Gaslini, “Una Storia Milanese” del dimenticato Eriprando Visconti con il Modern Jazz Quartet), ci sarebbe da pensare ad una sorta di ingenerosa e miope ingratitudine.
Ora, dopo almeno venti anni con tante luci spente (sempre malinconicamente, spesso futilmente ed a testimoniare una certa decadenza della sensibilità collettiva della città ed in primis delle sue elites), abbiamo un primo segnale di speranza e di cambiamento: due “matterelli” (per di più “paracadutati” da Roma… quasi un remake del “Il Giorno più Lungo”…) organizzano l’invasione di Milano con un festival che va dal 4 al 15 novembre, conta 80 concerti del più vario taglio e costo (anche zero), accostandovi diversi eventi collaterali volti a far percepire anche ad un pubblico occasionale la cultura ed il mondo retrostanti le mille ramificazioni della musica afroamericana.
Perché proprio questo è il punto cruciale, la scommessa da azzardare: parlare alla Città, fargli riconoscere i mille debiti estetici e culturali inconsapevolmente contratti con questa musica così ‘ostica’ ed aliena, ma così tanto saccheggiata per i successi di altri. Quindi ben vengano le JazzMi Storie di Maurizio Franco per ricordare cos’è stata una Milano che progettava un’Europa ideale ahimè persa per strada (si spera non per sempre).
Idem dicasi per gli incontri vis a vis con alcuni musicisti che si avventureranno giù dal palco (Meet the Artist al Teatro dell’Arte, speriamo basti per un alcuni appuntamenti..). Azzeccata anche la liaison con la mostra di Basquiat che ospiterà diversi concerti di giovani gruppi italiani. Importante poi la ripresa di un’idea tenacemente perseguita da Area M: aprire alla musica di improvvisazione spazi nuovi o desueti, spessissimo non commerciali.
Biblioteche, musei, palazzi storici (per esempio la fascinosa Villa Litta Modigliani nella periferica Affori) e siti FAI (si sa, a Milano il bello non è in piazza, ma in un cortile dietro un portone chiuso), persino l’imperdibile Belvedere del Grattacielo Pirelli (ve la ricordate la magica ascensione ritmata dalla musica di Fusco che apre “La Notte”?). Qui a tante bands giovani sarà offerta una bella occasione di visibilità, ma in cambio sarà tacitamente chiesto un impegno difficile: far cadere il seme della curiosità e della fascinazione per questa musica tra il pubblico spesso naif di un concerto gratuito (quindi ragazzi guardiamola bene questa platea, magari limando qualche punta di pur spiegabile narcisismo…).
Non sono dimenticate nemmeno le due arti con cui il jazz vive in inscindibile simbiosi: la fotografia (Roberto Polillo -bentornato!-, Riccardo Schwamenthal, Roberto Cifarelli) ed il cinema, ospitato dal benemerito Palestrina (evergreen sempre emozionanti come “Ascensore per il Patibolo”, insieme a rari documentari, tra cui spicca lo splendido “Let’s get lost” dedicato a Chet Baker da Bruce Weber, un altro fotografo… uno dei più splendidi bianconero mai visti su uno schermo; per la prossima edizione però ci aspettiamo molto di più..).
Infine, il neonato Festival dimostra notevole acutezza e lungimiranza “politica” nell’aver cercato legami non esteriori con le “realtà permanenti” della scena milanese, ognuna delle quali ha portato in dote delle occasioni di ascolto che hanno aggiunto un po' di spezie all’impianto solidamente modern mainstream del cartellone principale (sul cui equilibrio fra valori artistici ed appeal spettacolare in quel dell’Umbria si dovrebbero fare serie riflessioni).
Aperitivo in Concerto porta la big band di Avi Leibovich con Omer Klein, che da una regione tormentata e controversa porteranno sicuramente la musica vitale e sanamente spiazzante di cui sono da tempo capaci i jazzmen di Israele e dintorni; l’Atelier offre Mauro Negri, un fuoriclasse di uno strumento caro a molti come il clarinetto. Tra i diversi contributi di Blue Note, prevalentemente orientati verso la scena americana di grande richiamo, mi piace invece ricordare gli Acrobats di Tino Tracanna, uno dei più brillanti e consolidati gruppi italiani di innovazione, cui dobbiamo un recente “Red Basics” che dimostra come avventura e godibilita’ possano andare a braccetto. Quando le luci del Festival si spegneranno, senz’altro qualcosa resterà anche per chi è stato in trincea in anni più bui e solitari.
Sui palchi principali del Festival (tra cui spicca il raccolto Teatro dell’Arte della Triennale) si avvicenderanno musicisti di consolidata reputazione presso il pubblico italiano insieme a gruppi che non hanno ancora il dovuto riconoscimento: si possono fare molti nomi, ma a mio avviso averci portato Christian “Atjiunde” Scott con la sua band del misconosciuto “Stretch Music” è un vero ‘colpaccio’, ascoltare per credere (anche affrontando l’orario “afterhours” per gli standard meneghini). Tra le grandi voci di Dee Dee Bridgewater e dell’astro nascente Gregory Porter, ritagliate uno spazio per la giovane Kandace Springs, Prince e Blue Note avranno avuto i loro buoni motivi per farcela conoscere.
Sembra tutto pronto, ormai. Gli organizzatori hanno riempito 29 pagine di programma. I musicisti non mancheranno di percepire l’attesa creatasi. E’ stato persino espugnato Palazzo Marino, sia pure con l’ausilio di una ‘quinta colonna’ (peraltro riconoscibilissima… un assessore musicista..): altro grande risultato, questo, oggi la cultura ha spesso più necessità di risorse organizzative e di passepartout burocratici che di denari (che spesso seguono i primi), senza il supporto della mano pubblica si va poco lontano, come dimostrano i vent’anni che abbiamo alle spalle a Milano.
Eppure, manca ancora una cosa. Per una musica che non si esegue, ma si fa, c’è un ‘quarto lato’ del palco, importante quanto gli altri tre: siamo noi del pubblico. Specialmente in una ‘prima volta’ come questa, la nostra presenza, fisica e soprattutto emotiva, fa la differenza tra la routine e l’inizio di una nuova storia. La musica - e soprattutto la nostra – è anche fisicità, gesto, empatia collettiva, che non entrano nei pollici di nessuno schermo, per grande ed ipertecnologico che sia. Per qualche sera schiodiamocene, e parlo soprattutto agli hipsters ingrigiti che questa passione la nutrono da decenni: non si è mai sentito tutto, non si è mai finito di meravigliarsi.
Mai come questa volta gli assenti avranno torto, e si potrà ben dire che i sindaci eredi di Quintino Sella ce li saremo andati a cercare…


 

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