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La vera essenza del jazz: A “Ghost” Investigation (appendice)

Scritto da Donatello Tateo on . Postato in Articoli

Un proponente prende un tema ispiratore, anche extramusicale, d’interesse comune ma totalmente arbitrario, personale ma pur sempre ‘sentito’, anche inebriante, meditato e riconfigurato. Sostituisce alcuni termini con altri in modo da conferirgli un’articolazione e una presunta capacità di produrre idee e un senso inedito, e una volta proposto lo lascia a galleggiare in attesa degli interventi dei partecipanti coinvolti.


Un proponente prende un tema ispiratore A, anche extramusicale, d’interesse comune ma totalmente arbitrario, personale ma pur sempre ‘sentito’, anche inebriante, meditato e riconfigurato.
Sostituisce alcuni termini con altri in modo da conferirgli un’articolazione e una presunta capacità di produrre idee e un senso inedito, insomma una certa progettualità (composizione) e una volta proposto lo lascia a galleggiare in attesa degli interventi dei partecipanti coinvolti (improvvisazioni).
Con queste sopraggiungono e si stratificano su vari parametri le reazioni, i ‘commenti’, le controproposte, si creano attese e smentite, accordi e disappunti, concentrazioni e rilasci di tensione; e in questo comunitario processo graduale tenta di scoprire, nella libera polivocità, una forma organica dalla cellula di origine.
Alle prime “reazioni” il proponente introduce e rilancia un nuovo tema B di natura simile ma modulato in altra gradazione cercando di alimentare il processo di ricerca con una nuova rassegna di “reazioni”.
Ad un certo punto, riconosciuto lo sviluppo come inconcludente o, al contrario, raggiunta la creazione di un organismo appagante o di un colmo di tensione, il proponente, come un punchline nelle barzellette, rifila la risoluzione che può o rimandare alla casa iniziale, simmetricamente o metamorfizzata, oppure chiudere per evanescenza dell’esperimento oppure lasciare aperto a decantare il processo o chissà cos’altro.
Applausi o freddura, godimento o indifferenza o addirittura emicrania, ci si chiede:
quanto “jazz” funziona così (riuscito o meno)? e quanto esso sia soltanto uno dei “jazz” possibili?
Pur concettualmente, cioè in assenza dell’elemento della partecipazione corporea (questa sì “essenziale”), si è tentato con un artificio totalmente arbitrario ma bonario di voler riprodurre un certo funzionamento ”jazzistico”.
E ciò utilizzando spunti che con il jazz hanno, a discrezione di ognuno, niente o poco o molto a che fare con il “jazz”! - infatti in questo caso, ad esempio, il tema A è stato tratto da una conferenza di Steiner sull’antroposofia a Berlino nel 1908 (!), sostituendo i termini ‘spirito’, con ‘jazz feeling’ e ‘Terra’ con ‘codice’ o innestando altri riferimenti esterni, mentre il tema B (il commento successivo e sottostante l’articolo) è tratto dal mondo della cucina macrobiotica (!), sostituendo ‘jazz’ ad ‘acqua’ -.
Insomma, con un po’ d’ironia, tutto ciò per evidenziare comunque, nel dibattito sull’essenza del jazz, un punto dove si ritiene che risieda un equivoco.
Certamente il termine “jazz” può essere diffusamente condivisibile finchè è nell’accezione di convenzione d’uso, cioè omologato per la pratica o la fruizione, nell’aspetto di codice tecnico.
Ma se si vuole avventurarsi nel riconoscervi invece gli aspetti non più convenzionali ma essenziali, allora occorre tutta la cautela del caso.
Anche qui si vuole ribadire che forse è mortificante affannarsi per un presunto certificato di autenticità : non c’è bisogno di “un jazz”, ma è più necessario e fecondo che esistano tanti “jazz” quante sono le singole capacità creative, interessi, visione e apertura di spirito delle personalità (uomini) che lo frequentano e vi gravitano attorno con animo avventuroso: in questo senso sposando la tesi di uno dei suoi esponenti più universalmente riconosciuti, oggi più che mai, Henry Threadgill, quando egli sostiene fermamente nei suoi auspici che “a new language is everything”.
Possa un linguaggio trovare da sé mutandosi il suo modo e la sua funzione, ritenendo più proficua l’idea che sulle comode formule inquisitorie dei significati debba prevalere invece l’eccesso della “terribile” libertà della funzione significante che, come una sorta di antenna parabolica in continuo movimento, debba catturare misteriosi segnali cifrati di Vita.

 

Commenti   

#5 alberto arienti 2016-05-04 22:58
Sono contento che la missione si sia computa positivamente. Una buona notizia per il jazz.
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#4 ASider 2016-05-04 17:32
Ammesso (e non concesso) che il "filosofeggiare " debba essere per forza "vacuo" (sempre occhio all'anti-intell ettualismo a prescindere, non fosse altro che per il fatto che i suoi esponenti più arcigni e motivati hanno una certa predisposizione per le "mise" in camicia nera...) mi sembra che le conseguenze di un approccio "filosofico" (in senso lato) a queste questioni sia comunque molto meno dannoso e preoccupante se confrontato con la tendenza, più che alla "censura militaresca", allo scontro fazioso.

L'operazione di Donatello è brillante nel suo genere, ma non mi sembra abbia suscitato né risposte "vacue" né tentativo di "censura militaresca".
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#3 Donatello T. 2016-05-04 15:58
Citazione alberto arienti:
Pertfetta dimostrazione di come sia difficile ed aleatorio scrivere di jazz. Si rischia di passare da una censura militaresca ad un'evanescente folosofeggiare.

Questa è la giusta conclusione.
Esperimento andato a buon fine.
Missione compiuta.
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#2 alberto arienti 2016-05-04 14:00
Pertfetta dimostrazione di come sia difficile ed aleatorio scrivere di jazz. Si rischia di passare da una censura militaresca ad un'evanescente folosofeggiare.
Citazione
#1 ASider 2016-05-04 13:10
Io ci sono cascato! :lol:

L'operazione è interessante, perché in effetti spinge a riflettere sull'uso del termine e del concetto. Ed è verissimo che bisogna distinguere la dimensione convenzionale (ossia l'*uso* del termine) dai tentativi di definizione in termini di "essenza", così come è vero che un esperimento del genere rende questa distinzione più visibile che mai.

Però, c'è un "però" :-) E riguarda la conclusione.

Secondo me non c'è un'alternativa così netta tra "formule inquisitorie dei significati" e "libertà della funzione significante". Esiste infatti non tanto una "via di mezzo" quanto semmai una possibilità di approccio che preserva tanto il rigore dell'analisi quanto l'apertura di senso, mantenendo al contempo alta la guardia rispetto ai rischi di queste derive, opposte e complementari.

L'insieme di fenomeni culturali a cui ci si riferisce (convenzionalme nte) con il termine "jazz" non sottenderà qualcosa come un'"essenza" comune... però si inserisce in un processo, in una dinamica storica che può essere *conosciuta*, e che pertanto limita le possibilità di applicazione del termine (circoscrivendo ne il significato) senza tuttavia ridurle alla dittatura della definizione essenziale ed univoca.

Insomma: *storicizzare* il fenomeno (senza per questo ridurre la storia a semplice cronaca) è, una volta di più, la via d'uscita migliore all'impasse, secondo me.
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