MONDO JAZZ
il blog del portale Tracce Di Jazz.
il jazz da Armstrong a Zorn. notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video
di Roberto Dell'Ava

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Legittimo orgoglio

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Una giornata intera dedicata al legittimo orgoglio per la paternità italiana del jazz. L'iniziativa è firmata da Renzo Arbore e si terrà domenica 11 giugno prossimo alla Casa del Jazz di Roma, dalle 12 alle 24, e ruota intorno all'affascinante storia di Nick La Rocca, il trombettista di origini siciliane che, alla testa della Original Dixieland Jazz Band di New Orleans, il 26 febbraio 1917 incise a New York il primo disco della storia del Jazz.


Nella sala concerti della Casa del Jazz verrà proiettato per tutta la giornata il documentario di Renzo Arbore “Da Palermo a New Orleans. E fu subito Jazz” con Lino Patruno e Claudio Lo Cascio. Realizzato tra Palermo, Salaparuta, New Orleans, New York e Chicago e diretto da Riccardo Di Blasi, il doc racconta tante vere, forti e affascinanti storie di musica, emigrazione e grandi risultati di musicisti siciliani negli Stati Uniti, di cui spesso in Italia si ignorano le gesta, l'enorme successo e l'importanza nella storia mondiale della musica.

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Melodie

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La melodia e l'armonia non devono essere che mezzi nella mano dell'artista per fare della Musica, e se verrà un giorno in cui non si parlerà più ne di melodia ne di armonia, ne di passato ne di avvenire, allora forse comincerà il regno dell'arte.

Giuseppe Verdi

Ieri su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera, intervista di Helmut Failoni a Enrico Rava.


 "Se doveste scegliere un unico brano dalla storia del jazz, quale sarebbe?" 
 
"Scelgo Potato Head Blues di Louis Armstrong nella versione con gli Hot Seven. Armstrong ha preso il folklore di New Orleans e lo ha trasformato in musica d’arte. Ascoltate quelle melodie. O quelle di Lester Young, il padre di tutti i sassofonisti. I suoi assoli sono un insieme di vere e proprie canzoni. Negli anni Sessanta il free portò alla distruzione dell’idea di melodia. Un cerchio si chiuse e, come sempre è accaduto, non rimase che ricominciare da capo. Ecco, il jazz è sempre un nuovo inizio."
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Wislawa

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Ho pensato alla felicità, ed ho avuto paura.

- Wisława Szymborska -

Ieri su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera, intervista di Helmut Failoni a Tomasz Stanko.

 

 "Se doveste scegliere un unico brano dalla storia del jazz, quale sarebbe?" 

"Blue in Green nella versione del disco Kind of Blue. È la semplicità e la bellezza del jazz. Adoro quella malinconia. È necessaria, fa da contrappeso a tutto il resto. Anche nella vita intendo. Sono una persona malinconica, forse è la luce polacca, la mancanza di sole, che mi ha reso così. La gente dimentica che abbiamo bisogno anche del- la malinconia, del lato dark della vita. William Faulkner disse che solo la verdura può essere felice. Non so quanto sia vero, ma la felicità ha comunque bisogno anche del suo opposto per essere tale. La mia amica Wisława Szymborska era, al contrario di me, una persona molto solare: le sue poesie e la sua compagnia mi hanno fatto venire molte idee e hanno dato nuova linfa alla mia musica. Abbiamo fatto performance insieme: lei leggeva e io suonavo tra una poesia e l’altra per non più di un minuto. Poi le ho dedicato un disco che si intitola Wisława."

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Braxton visto da Iverson

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Afterwards: Ingrid Laubrock, Anthony Braxton, Taylor Ho Bynum

Ethan Iverson, celebre pianista del trio Bad Plus (almeno fino alla fine di quest'anno, poi il nostro cederà il posto a Orrin Evans), gestisce da molti anni anche un blog, Do The M@th, naturalmente a tema musicale, spesso ricco di analisi, ricordi, frammenti di esperienze dirette. E' la volta del Festival di Moers, in Germania, dove pochi giorni fa si è esibito il gruppo di Anthony Braxton, fresco di compleanno,e d il concerto del sassofonista diventa spunto per alcune interessanti riflessioni. Ecco l'incipt tradotto:

La scorsa notte a Moers, l'Anthony Braxton ZIM Sextet è diventato un settetto con l'aggiunta della stellare sassofonista Ingrid Laubrock. Amo da tempo il suono della Laubrock,  una sorta di respiro Ben Websteriano unito al suo ethos modernista. Il resto della band include Taylor Ho Bynum (ottone e conduttore), Shelley Burgon e Jacqueline Kerrod (entrambi su arpa), Tomeka Reid (violoncello) e Dan Peck (tuba).

E la continuazione in inglese, ricordando agli interessati che il concerto di Moers è  già disponibile sulla piattaforma Dimeadozen (http://www.dimeadozen.org/ ):

In a way a typical Braxton configuration: Outrageous for anyone else, of course, but typical of Braxton. Most of the musicians played most of the time for 55 minutes, but the textures were transparent and engaging. The gently chiming atonal harps were wonderful, it felt almost as if we were lost in an old film score. A lyrical duet of Braxton and Laubrock accompanied by Peck’s burbs and burbles was almost a romantic moment. Bynum led the group in a few thorny ensembles and delivered scorching cornet and trombone.

At one point I felt some sadness, similar to the sadness I feel when seeing George Cables or Harold Mabern play. Whatever this is: Anthony Braxton: AACM: Black Experimental Music: the precise meeting between John Cage and John Coltrane: the fire of the late 1960s…Whatever this is, the clock is ticking and when it’s gone we will miss it.

Braxton played some bass saxophone last night. Braxton fucking invented the bass saxophone. Hearing Braxton play bass saxophone was like hearing Jo Jones play a high-hat.

Truthfully, as I get older, I’ve had to realize that experimental music is not my true love. Whether it’s Cage, Braxton, or other geniuses from that moment where it all went to the furthest dimension, I know that part of me rebels at the need to break that many rules.  (I might have been scarred for life by a set of Braxton playing standards on piano in the early ’90s.) Still, it’s important that this dedication to experimentation existed — one hopes for but does not expect experimentalists the caliber of Cage and Braxton to ever come again — and when the concert concluded I leapt to my feet along with the rest of the packed crowd.

There is also simply this: If someone reaches age 72 dancing to their own drum, there is profound gravitas to their bearing. I was reasonably close to Braxton twice yesterday, once at the canteen, once in the dressing room, and both times the impact was visceral. Waves of energy radiated off the old master.

Fonte: https://ethaniverson.com/

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Incontri

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“Gli affari sono affari, il jazz è arte, e raramente le due cose si incontrano.”

Leonard Feather

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Auguri Anthony

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“For the most basic assumption that dictated my early attempts to respond to creative music commentary was the mistaken belief that western journalists had some fundamental understanding of black creativity—or even western creativity—but this assumption was seriously in error.” 
― Anthony BraxtonThe Tri-Axium Writings

Anthony Braxton was born June 4,1945 in Chicago, Illinois

 
 
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Il pubblico del jazz

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Io le dicevo sempre che alle donne non piace il jazz è risaputo, non si addice al loro carattere. Lei si sforzava di cambiare idea, e a volte la scoprivo a casa mentre lottava per ascoltare un pezzo con un po' di piacere. Alla fine prendeva sempre il sopravvento una innata passione per le canzoni kitsch, melodiche. Per farla arrabbiare solevo dirle che le donne osservano la vita come se fosse una melodia, con una struttura classica. Principio e fine, con i momenti tristi, e quelli allegri, ma sempre intonata, e nella tonalità ottimista delle canzoni. Per gli uomini la vita è più rumorosa, sincopata, a volte senza senso, con assolo intensi e parti totalmente confuse. 
David Trueba - dal libro Quattro amici


Facemmo un’indagine approfondita sul pubblico del jazz in regione, alcuni anni fa, e ne risultò un quadro incoraggiante, secondo me tuttora attuale: quello del jazz è un pubblico colto (40% laureati, 4 volte la media nazionale); indipendente e autonomo (18,6% di liberi professionisti, imprenditori, artisti; 35% impiegati di livello medio-alto, studi e formazione avanzati: docenti, ricercatori, insegnanti, musicisti, medici, giornalisti); teso alla socialità (il 72,1% si muove in compagnia); eclettico e curioso (interessi culturali a 360%; per un concerto, il 35,1% è disposto a percorrere più di 100 km); critico e propositivo. Non è certo il tipo di pubblico che si nutre solo di televisione.
Una cosa che ho notato è che le donne, le ragazze, sono sempre di più: spesso abbiamo platee con prevalenza femminile. Mi pare una buona cosa. Si riteneva che il jazz fosse un campo di dominio maschile, specie tra i musicisti: ebbene, la storia ha smentito questo pregiudizio, non solo nel jazz sono cresciute artiste donne che eccellono in ogni strumento, ma anche dalla parte di chi ascolta, il gentil sesso è sempre più presente.

Sandra Costantini, direttrice artistica Crossroads

Fonte: https://left.it/2017/05/30/tutti-pazzi-per-il-jazz-grazie-a-crossroads/

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Risposte ed ironie

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A commento del post Tristezza per favore va via ricevo su Facebook delle interessanti riflessioni da parte di Enrico Bettinello, che qui riprendo per allargarne il contesto. 

caro Roberto, io credo che queste riflessioni - ne abbiamo parlato anche altre volte - siano interessanti (e lo sono certo, tieni conto che se nel Venezia Jazz Festival c'è poco jazz, c'è anche poca Venezia, dal momento che Stra, dove si tiene più della metà dei concerti, è a 40km di distanza da Venezia e di Venezia non ha nulla, pur essendo un posto molto bello) se invece di ironizzare o stigmatizzare e basta - cosa legittima, eh - si provi anche a capire quanto il mondo del "jazz vero" (ammesso che si sappia definirlo, io dopo 20 anni di professione non avrei una risposta univoca, ma vedo che la fede non manca ai commentatori...) ci ha messo di suo per arrivare a queste situazioni.

A me pare che le difese immunitarie del "mondo" che amiamo siano mediamente bassissime, e questo del tutto a prescindere dalla più o meno scaltra capacità di molti operatori di inserire nei programmi di festival e rassegne proposte di segno differente che si rivolgono a altri pubblici.

A me sembra interessante capire ad esempio come mai un cartellone di questo tipo, certamente di qualità e a ampio respiro in un'ottica generalista, necessiti di chiamarsi "jazz" non essendolo per il 90%, se ne trae un qualche beneficio di immagine, se si pensa che questo tipo di programmazione possa veicolare un interesse anche verso altre proposte di tipo jazzistico (o anche solo formare ascoltatori più curiosi a 360°).

Oppure se si cerca solo, del tutto legittimamente, di organizzare dei buoni concerti e starci dentro con le economie (il jazz c'entra pochino) e così via.

Ma soprattutto, quale pubblico del jazz e quali artisti potrebbero costruire una comunità per cui abbia senso anche per chi non ne abbia una sensibilità specifica programmare cose di segno differente contando su una curiosità e un ritorno tangibile?

Mi interessano più le possibili risposte a questi stimoli, che non ironizzare (e tu sai quanto l'ironia sia per me importante) per la millesima volta sull'insensatezza di scelte altrui - quasi sempre quelle che non condividiamo come gusto, perchè a volte perdoniamo a chi programma chi ci piace delle mancanze di professionalità che non perdoneremmo a altri.

Enrico pone domande alle quali mi è impossibile dare risposte esaustive per molte ragioni, ma certamente la principale è costituita dal mio status di semplice appassionato  che vive delocalizzato dalla città, dai musicisti e dagli organizzatori che peraltro non conosco se non in misura infinitesimale. Non solo,  la mia conoscenza del “mondo jazz” è puramente amatoriale, costruita con centinaia e centinaia di concerti, migliaia di ore di ascolto e altrettante di lettura, ma del tutto priva di basi teoriche o di studi musicali diretti, tanto meno di esperienze organizzative concertistiche.

Insomma, un dilettante, un outsider, un improbabile “intellettuale organico”, certamente non in grado di definire confini del “jazz vero” ( credo si tratti di una moderna versione del supplizio di Tantalo), o di comprendere le ragioni più o meno misteriose che stanno dietro cartelloni ufficialmente “jazz” e praticamente infarciti  di cozze e vongole (anche se magari di qualità).

Mi sfuggono anche le potenzialità economiche della dicitura “jazz” messa ormai come cappello a moltissime iniziative che animano l’estate italiana.

Le mie poche esperienze dirette con i musicisti mi fanno pensare che tutto sia possibile, ma costruire una comunità (cosa peraltro già avvenuta) sia piuttosto difficile, sia nel gestire scelte concrete sia nelle posizioni da assumere a livello organizzativo, sia soprattutto nella capacità di incidere nella realtà culturale italiana.

Come vedi Enrico non ho una risposta che sia una da offrirti. Ed è il motivo per il quale, proprio perché non ho altri strumenti, non mi rimane che lo sfottò, l’ironia caustica, lo sberleffo.

So bene che chi organizza la Sagra del Cinghiale Ticinese se ne guarda bene dal leggermi o semplicemente dal prendermi in considerazione. Ma non è a costoro che mi voglio rivolgere (tra l’altro sono tutti cosi’ impegnati a stilare comunicati trionfalistici che gli parrebbe strano che  qualcuno non sia d’accordo) bensi’ ai tanti appassionati come me che ancora si incazzano (citazione paolocontiana).

Naturalmente ci sono motivi molto più nobili e pressanti per incanalare la propria indignazione, ma ognuno cerca motivazioni la dove si agitano le proprie passioni . Accolgo però la critica, benchè velata ed elegante, a non ripetermi (bè, ci proverò….) e a non usare due pesi e due misure solo in base ai propri gusti. Giro le tue riflessioni e le tue domande a chi ci legge e si sente in grado di aggiungere idee.