MONDO JAZZ
il blog del portale Tracce Di Jazz.
il jazz da Armstrong a Zorn. notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video
di Roberto Dell'Ava

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Temerari contaballe

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“Verona Jazz”: una sfida coraggiosa per questi tempi, una lunga tradizione alle spalle che, però, non rende scontata né facilita la buona riuscita. Il jazz ai giorni del pop-rap porta a casa una vittoria appagante: nonostante sia un genere musicale sempre più di nicchia e sempre più distante dal gusto popolare, è riuscito a far ritrovare settemila appassionati in sette serate (dal 20 al 26 giugno) al Teatro Romano. Una programmazione che ha affiancato nomi da intenditori ad artisti più vicini ai gusti di tutti. Billy Cobham, Paolo Fresu, David Gazarov Trio, Raphael Gualazzi, Stefano Bollani, Simona Molinari e Luca Aquino hanno condotto il pubblico attraverso la propria visione del jazz, con diverse interpretazioni, tanti modi di intendere, vivere e raccontare un genere musicale che ai giorni di Rovazzi riesce ancora ad affascinare.

 
Ecco il tipico comunicato stampa post festival infarcito di mezze verità: si propongono nel ruolo di salvatori del jazz perchè hanno totalizzato settemila presenze al Teatro Romano.
Ma se si legge il programma la bufala è evidente. E' un cartellone ruffiano, fatto per riempire il botteghino ma senza rischio alcuno e sopratutto senza innovazione e proposizione.
Chiamare Bollani, Fresu e Gualazzi proponendosi poi come paladini del jazz è bugia da far arrossire anche i più temerari contaballe. Fatto salvo il dovuto rispetto ai tre musicisti, è evidente che il Verona Jazz è stato un festival minore, senza luce alcuna che non quella posta sopra il botteghino della cassa. 
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Al via Ambria Jazz in Valtellina

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Inizia questa sera la nona edizione di Ambria Jazz (attenzione alla vocale iniziale !), il festival valtellinese che si snoderà in diciannove appuntamenti durante i mesi di luglio ed agosto. Come sempre la filosofia del festival è immutata: buoni nomi italiani uniti a qualche straniero, magari non di primissimo piano in quanto ad immagine, ma di sicura sostanza.

Merito di Giovanni Busetto aver fatto crescere una squadra al suo fianco e aver saputo intessere rapporti con le amministrazioni, le istituzioni ed i privati. Assolutamente non facile, sopratutto in una provincia montana, non a caso la stessa del famigerato ministro che disse che"con la cultura non si mangia".

Il programma del festival con le date ed i musicisti:

https://www.ambriajazz.com/

 

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Che Dio tassista

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Ha dovuto cancellare tutta la sua tournée estiva in giro per l'Italia. Da due giorni è infatti ricoverato all'ospedale San Giovanni col setto nasale fracassato. Javier Girotto, sassofonista e compositore di fama internazionale è stato infatti picchiato da un tassista al Colosseo per un diverbio stradale. È una storia di ordinaria follia quella accaduta al genio del sax colpevole di aver battibeccato con un tassista che gli aveva tagliato la strada proprio davanti al Colosseo per ben due volte.

Fonte: http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/07/01/news/roma_litiga_con_un_tassista_al_colosseo_il_sassofonista_girotto_in_ospedale-169656741/?ref=fbplrm

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La signora in giallo

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La stagione dei festival estivi è appena agli inizi ma già cominciano a filtrare le prime notizie sui programmi autunno-invernali. E' il caso di Milano, città che dopo più di trent'anni dovrà fare a meno di una rassegna unica quale era Aperitivo in Concerto, e le apprensioni degli appassionati in proposito sono più che giustificate.

Lo saranno ancor di più dopo aver letto i primi nomi di Jazzmi, la rassegna che giunge al secondo anno e che si svilupperà dal 2 al 10 novembre. Nel senso che, abituati alle proposte innovative e comunque mai banali di Gualberto, qui si trovano invece un cartellone infarcito di nomi sicuramente buoni se non ottimi ma alquanto prevedibili, in alcuni casi addirittura abusati.

A questo proposito spicca tra tutti il concerto di Bollani. Indubbiamente il nostro è stato abbondantemente visto in tutte le salse ed in tutte le piazze. Non capisco i criteri con i quali si predispone un cartellone per una città come Milano. Comprendo le esigenze di ritorno economico, e anche quelle di successo di pubblico, ma sarebbe stato auspicabile un briciolo in più di coraggio e magari, già che ci siamo, un filo rosso che attraversi il programma con una logica che non sia quella di accumulare merce in vetrina. Se mi passate il paragone, comunque, proporre Bollani a Milano ha lo stesso sapore del trecentesimo passaggio televisivo delle puntate de La Signora in Giallo.

http://www.jazzmi.it/it/eventi

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Mary Halvorson e Leo Smith dominano il Critics Poll

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Come scrivevo lo scorso anno nella stessa occasione, i risultati del Critics Poll sono forieri di divertimento per i lettori. Sarebbe interessante, ad esempio, stabilire i criteri con i quali si definisce un musicista Rising Star. Considerare "stella nascente" il ventottenne Kris Bowers può essere corretto, me nel caso della settantenne Kali Z. Fasteau le cose si complicano un pò.....Per il resto direi che non ci sono grosse sorprese, solo la constatazione che l'asse dei gusti americani si sta spostando finalmente un pò più avanti....
 

Trumpeter Wadada Leo Smith and guitarist Mary Halvorson are among the artists who topped multiple categories in the 65th Annual DownBeat International Critics Poll.

Smith topped the Trumpet category, he was voted Jazz Artist of the Year, and his Cuneiform release America’s National Parks was voted Jazz Album of the Year.

“Decades into his remarkable career, Wadada Leo Smith continues to reach new peaks,” said Bobby Reed, DownBeat editor. “America’s National Parks is an engaging, important work of art—one that illustrates not only that Wadada is a great musician but also an intriguing, ambitious conceptualist.”

Halvorson topped four categories: Guitar, Rising Star–Jazz Artist, Rising Star–Jazz Group (for her namesake trio) and Rising Star–Composer. Halvorson, who has become an in-demand collaborator as well as a revered bandleader, will headline a residency at New York’s Village Vanguard on July 18–23.

Other artists with multiple wins in the poll include Christian McBride, who topped the categories Bass and Rising Star–Producer, and Charles Lloyd, who won for Tenor Saxophone and Jazz Group (for Charles Lloyd & The Marvels). Maria Schneider takes home honors in three categories: Composer, Arranger and Big Band (for the Maria Schneider Orchestra).

The Historical Album winner is the Bill Evans two-disc set Some Other Time: The Lost Session From The Black Forest (Resonance), which was recorded in 1968. The Blues Album winner is David Bromberg Band, The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues, released by Red House Records.

There was a rare tie in the category Rising Star–Female Vocalist, with Jen Shyu and Becca Stevens receiving the same number of votes.

Trumpeter and world-music pioneer Don Cherry (1936–’95) was elected into the DownBeat Hall of Fame via the Critics Poll, and the DownBeat Veterans Committee voted to induct three artists: pianist Herbie Nichols (1919–’63), composer George Gershwin (1898–1937) and pianist Eubie Blake (1887–1983).

Other winners in the poll include Anat Cohen (Clarinet), Steve Turre (Trombone), Jane Ira Bloom (Soprano Saxophone), Kenny Barron (Piano), Nicole Mitchell (Flute), Matana Roberts (Rising Star–Alto Saxophone), Thundercat (Rising Star–Electric Bass), Sara Caswell (Rising Star–Violin) and Cecilia Smith (Rising Star–Vibraphone).

The August issue of DownBeat has features on numerous Critics Poll winners, along with the complete results for each category, listing more than 1,200 artists who received votes. DB

The complete list of winners is below:

65th ANNUAL DOWNBEAT CRITICS POLL WINNERS

Hall of Fame: Don Cherry, Herbie Nichols, George Gershwin and Eubie Blake 
Jazz Artist: Wadada Leo Smith 
Jazz Album: Wadada Leo Smith, America’s National Parks (Cuneiform)
Historical Album: Bill Evans, Some Other Time: The Lost Session From The Black Forest (Resonance)
Jazz Group: Charles Lloyd & The Marvels 
Big Band: Maria Schneider Orchestra 
Trumpet: Wadada Leo Smith 
Trombone: Steve Turre 
Soprano Saxophone: Jane Ira Bloom 
Alto Saxophone: Rudresh Mahanthappa 
Tenor Saxophone: Charles Lloyd 
Baritone Saxophone: Gary Smulyan
Clarinet: Anat Cohen
Flute: Nicole Mitchell
Piano: Kenny Barron 
Keyboard: Robert Glasper 
Organ: Joey DeFrancesco 
Guitar: Mary Halvorson 
Bass: Christian McBride
Electric Bass: Stanley Clarke 
Violin: Regina Carter
Drums: Jack DeJohnette 
Percussion: Hamid Drake 
Vibraphone: Stefon Harris 
Miscellaneous Instrument: Béla Fleck (banjo)
Female Vocalist: Cécile McLorin Salvant 
Male Vocalist: Gregory Porter
Composer: Maria Schneider 
Arranger: Maria Schneider 
Record Label: ECM
Producer: Manfred Eicher
Blues Artist or Group: Buddy Guy
Blues Album: David Bromberg Band, The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues (Red House Records)
Beyond Artist or Group: Leonard Cohen 
Beyond Album: Allen Toussaint, American Tunes (Nonesuch)

RISING STAR WINNERS

Rising Star–Jazz Artist: Mary Halvorson 
Rising Star–Jazz Group: Mary Halvorson Trio 
Rising Star–Big Band: Michael Formanek Ensemble Kolossus 
Rising Star–Trumpet: Taylor Ho Bynum 
Rising Star–Trombone: Marshall Gilkes 
Rising Star–Soprano Saxophone: Christine Jensen 
Rising Star–Alto Saxophone: Matana Roberts 
Rising Star–Tenor Saxophone: Noah Preminger 
Rising Star–Baritone Saxophone: Dave Rempis 
Rising Star–Clarinet: Oscar Noriega 
Rising Star–Flute: Kali. Z. Fasteau 
Rising Star–Piano: Kris Davis 
Rising Star–Keyboard: Kris Bowers 
Rising Star–Organ: Wil Blades 
Rising Star–Guitar: Gilad Hekselman 
Rising Star–Bass: Eric Revis 
Rising Star–Electric Bass: Thundercat 
Rising Star–Violin: Sara Caswell 
Rising Star–Drums: Jeff Ballard 
Rising Star–Percussion: Sunny Jain 
Rising Star–Vibraphone: Cecilia Smith 
Rising Star–Miscellaneous Instrument: Akua Dixon (cello) 
Rising Star–Female Vocalist (tie): Jen Shyu and Becca Stevens 
Rising Star–Male Vocalist: John Boutté 
Rising Star–Composer: Mary Halvorson 
Rising Star–Arranger: Esperanza Spalding 
Rising Star–Producer: Christian McBride 

 
Fonte: DownBeat Magazine
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Geri

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I am totally blindsided and devastated by the death of Geri Allen. She was one of my greatest musical heroes; I've been obsessed with and influenced directly by her music for 30 years, like many other pianists in my generation and younger (particularly Craig TabornJason MoranEthan IversonCourtney Bryan, and I daresay Orrin Evans & Kris Davis).

In the late 80s I was in awe of her originality. She brought a spare, elemental quality to her playing, conjuring elements of Ellington, Monk, Andrew Hill, and Herbie Nichols, and subsequently didn't choose to channel the prevailing mainstream sound, which was more reminiscent of either Herbie Hancock or McCoy Tyner. (I totally copped as much of her sonic identity as I could.)

Her improvisations in that period were full of space, thought, and listening, as well as a certain liberatory quality; her groove was deep, her contrapuntal independence often shocking; her lines and voicings were fresh and unique, and she could really throw down. Back then I loved the trio with Haden & Motian-- and I still do -- but what really got me were Ralph Peterson Jrs "Triangular" & "Volition" or her own "Twylight" with Tani Tabbal & Jaribu Shahid or her first record, "The Printmakers," with Andrew Cyrille& Anthony Cox

Best of all was her majestic early solo album, Home Grown-- a complete classic. I remember when Jason Moran wanted to borrow my copy and I said I didn't let out of my house. Finally I relented and loaned it to him for just one hour! He ran home, ripped it onto his drive, and brought it back to me.

In the 90s some people heard her work as heading more mainstream, but i just heard it as a trajectory of continued study and focus; she never lost her old ways, as was abundantly clear in her revelatory late 90s stint with Ornette Coleman (see the two Sound Museum albums). She studied and assimilated the musical languages of Hank Jones, Mary Lou Williams, McCoy Tyner, Bud Powell, Cecil Taylor, Alice Coltrane, and so many more.

In recent years Geri had taken a more direct role in my life, as a kind and generous colleague and caring friend. I was repeatedly touched to find that she had sought to include me on events, symposia, concerts, and conversations. We had a couple of chances to work together - once at the Stone in trio with Graham Haynes and another time in telematic multi-site performance with Jason. She would even drive me home every now and then from wherever we ran into each other, and she gave me her old red Rogers drum set, which I still have.

Geri was a powerful innovator in modern music and a visionary pianist. She was also a scholar and historian of African American music, a community organizer, an institution builder, a feminist, a deeply committed and big-hearted educator, and a quietly determined leader. As a musician she was a conduit for spiritual truths and healing energies.

This is a tremendous loss for all of us, and we will strive to uphold & honor her legacy.

Much love to all.

 

Vijay Iyer

dalla pagina Facebook

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Il degrado del giardino

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Una targa scoperta l’8 maggio e un giardino che, dopo più di un mese, è già nel degrado. L’area,  che si trova davanti al comprensorio del Santa Maria della Pietà, è stata dedicata a Massimo Urbani - famoso jazzista di Monte Mario scomparso nel 1993 - il giorno del suo sessantesimo compleanno. Adesso basta poco per osservare le condizioni di questo spazio verde: l’erba è alta, la sporcizia regna ovunque, i secchi sono stracolmi di rifiuti e c’è anche un piccione morto. 

 Potrebbe interessarti: http://montemario.romatoday.it/monte-mario-giardino-massimo-urbani-degrado.html

Il 24 giugno era la ricorrenza della scomparsa di Massimo. Sono passati 24 anni e, a quanto pare, la sua figura continua ad essere ricordata solo dagli amici e dagli appassionati. Lascio volentieri le beghe politiche, sempre più demotivanti, per ricordare invece la figura di Urbani con un articolo di Pino Corrias del 26 agosto 2003 comparso sulle pagine del Corriere della Sera:
 

Conosceva le vertigini della musica, giocava con la vita, se la lasciò scappare. Massimo Urbani avrebbe potuto essere il più grande jazzista italiano. Disse una volta: «Tutta la mia esistenza, comprese le ragazze, è collegata alla musica». E poi: «La droga ha distrutto un po' la mia vita. Combino parecchi guai, ma ho dato un sacco d' amore a tutti i musicisti». Come il suo divino Charlie Parker, come il suo maestro John Coltrane, come il suo amico Chet Baker, il sax alto Massimo Urbani - spettinato, massiccio, sudato, tecnica strepitosa, cuore sentimentale, cresciuto in maniche corte e giubbotto dentro alla polvere di periferia romana - se n' è andato di corsa, a 36 anni, il tempo di un assolo struggente, un po' di vita in levare, un amore, un figlio che non avrebbe mai conosciuto, una manciata di dischi memorabili.

Se l' è portato via (nella notte tra il 23 e il 24 giugno 1993) un' iniezione di eroina tagliata male, nel cesso di casa, alla fine di una giornata alcolica e veloce. Sulla sua avventura, sulla sua vita interrotta, una delle cose più belle l' ha detta Paolo Fresu, trombettista di perfezione zen: «Massimo è rimasto un tesoro nascosto. Era un musicista istintivo, di pancia. E tutta la sua vita era così: intera, immediata, senza progetto». La sua musica gli è sopravvissuta. Dice il pianista Luigi Bonafede: «Come John Coltrane, Massimo aveva un suono materno, universale... Il più bel suono di contralto esistente». In questi dieci anni, la nostalgia per il suo addio è cresciuta come una malattia. La Palma, tempio romano del jazz, gli ha dedicato un concerto e così pure il Conservatorio di Santa Cecilia.

 In suo nome è nata una associazione di musicisti, portavoce il sassofonista Mauro Verrone, che fu il suo migliore allievo e amico: «Lui per me era il sole». La Red Record sta ristampando i suoi dischi ormai introvabili. E Stampa Alternativa ha rimandato in libreria il testo di Carola De Scipio L' avanguardia è nei sentimenti: vita, morte e musica di Massimo Urbani raccontate da musicisti e amici. Massimo poteva suonare una notte intera e poteva dimenticare di mettersi le calze in pieno inverno. Poteva dormire sulle panchine del Central Park e riempirsi le tasche di immaginette sacre che gli regalava la nonna. Massimo aveva orrore dei buchi e per l' iniezione chiedeva sempre a qualcuno. Massimo viaggiava ovunque per suonare, ma pensava che piazza della Guadalupa, quartiere Monte Mario, fosse il posto più bello del mondo. Massimo guadagnava e non aveva mai una lira in tasca. Massimo poteva scendere in un club, innamorarsi, pagare da bere a tutti, iniziare l' assolo di Night in Tunisia direttamente dal bancone del bar, stregare il pubblico, ubriacarsi e finire sul palco a dormire. Massimo poteva suonare con Jackie McLean a Parigi e due sere dopo, a Roma, presentarsi al bar degli spacciatori, estrarre il sax e dire: «Se vi faccio un blues, quanta roba mi date?».

 Massimo era un uomo buono, anche disarmante e amava il blues che è drammatico quanto la vita. A differenza di molti jazzisti, Massimo Urbani veniva da una famiglia proletaria. Era nato ai bordi del quartiere Monte Mario, anno 1957, padre infermiere, madre morta giovane. Scuola interrotta a 12 anni. Autodidatta: dita e fiato allenati per dieci ore al giorno su un clarino comprato usato. Racconta il fratello Maurizio: «Da piccolo impazziva per la Roma, la bossanova, il jazz e Jimi Hendrix». A 14 anni è già un fenomeno. Racconta il pianista Puccio Sboto: «Era prima di un concerto. Stavo seduto al pianoforte a provare. Era un pezzo di Gillespie, Woody' in You. A un certo punto, dietro di me, ho sentito Charlie Parker in persona che improvvisava. Mi volto e vedo un ragazzino cicciottello accovacciato sulla pedana che suonava questo contralto come un demonio. Gli chiedo: e tu chi sei? Mi dice: sono Massimo Urbani. Chi ti ha insegnato a suonare bebop? E lui: non sto suonando bebop, sto suonando Charlie Parker».

Nel 1971 lo ascolta Giorgio Gaslini, uno dei grandi del jazz italiano, e lo prende come uditore nei suoi corsi al Conservatorio di Santa Cecilia: «Massimo possedeva un sax scassato e non aveva il soprano che gli ho comprato io. Non leggeva bene la musica, ma imparò: aveva una musicalità spaventosa. Un giornale scrisse: "Il più grande sassofonista europeo ha sedici anni"». Gaslini lo inserisce nel suo gruppo. Urbani debutta nei club, compreso il Blue Note, incontra Max Roach, Keith Jarrett, Red Rodney. Impara una decina di parole inglesi che gli contaminano il romanesco: «Aho, man, m' ha messo er feeling. Vienime dietro...». Suona al Capolinea di Milano, al Music Inn di Roma. Lascia Gaslini. Entra negli Area di Demetrio Stratos. Conosce Enrico Rava, trombettista, che gli fa un contratto per la tournée del suo quartetto, destinazione New York, anno 1975.

Racconta Mauro Verrone: «Perse l' aereo per New York. Arrivò il giorno dopo da solo. In volo aveva paura e si ubriacò. Fece lo scemo con le hostess. Rava lo ripescò nel commissariato del J. F. Kennedy». Racconta Fresu: «Finimmo nella stessa stanza d' albergo. Lui di notte russava e io mettevo i tappi per dormire. Una sera, completamente nudo, andò in corridoio per prendersi una Coca-Cola dalla macchinetta. Rimase chiuso fuori, cominciò a battere la porta. Vennero quelli della sicurezza, lo prelevarono nudo e lui continuava a ripetere: "Ehi, man, io Alto Sax, Alto Sax...". Quando rientrò in camera non faceva altro che ridere».

Con Rava e dopo Rava vennero i grandi festival come Umbria Jazz e Montreux. Vennero le tournée in Europa. Gli anni Ottanta furono una scala di successi, precipizi, risalite, esecuzioni memorabili. Suonò con tutti i grandi del nuovo jazz italiano: il pianista Enrico Pieranunzi, il bassista Furio Di Castri, il batterista Roberto Gatto, il flautista Nicola Stilo. Racconta Mauro Verrone: «La cosa più bella accadde al Teatro Olimpico, omaggio a Charlie Parker. Primo set di americani, con Sonny Rollins, Franky Abrahm, Dizzie Gillespie. Poi toccò a Rava e Fresu. Poi a Massimo che suonò 8 battute di Round Midnight... E si fermò il teatro, si fermò il tempo».

     Nella vita vera il tempo lo consumò, come accadde a un' altra meteora del jazz italiano, il solitario Luca Flores, pianista, morto suicida (anno 1994), che Walter Veltroni ha raccontato in un libro di intensità e anima, pubblicato recentemente da Rizzoli. Urbani e Flores suonarono insieme parecchie volte. E insieme incisero il disco (forse) più bello di Massimo: Easy to Love (Red Record, 1987). Poi viene il tramonto: alcol e eroina di strada tutti i giorni. Concerti cancellati, appuntamenti saltati. Dice Verrone: «Spariva, si presentava nei club strafatto. Poi chiedeva scusa, piangeva. Ma nessuno si fidava più di lui». Era un adolescente rimasto senza madre, dicono. Un genio troppo fragile. Un debole con troppa sensibilità e tormenti e timidezza.

 Incontrò Valentina. Si innamorò. Lei rimase incinta. Lui diceva in giro: «Adesso che divento padre, mi ripulisco». Ci provò un paio di volte. Svenne ai bordi della vasca da bagno. In quella casa, dove anche Chet Baker aveva dormito e suonato, bivaccavano decine di persone, ma quella notte non c' era nessuno. Lo trovò il fratello Maurizio che pensava fosse ubriaco e per svegliarlo gli tirò una secchiata d' acqua. Poi capì. Erano senza telefono, perché nessuno aveva pagato la bolletta: «Presi la Vespa per andare alla cabina. Venne l' ambulanza un' ora dopo». Massimo respirava ancora. Poi smise. Suo figlio, Massimo junior, nacque tre mesi dopo.   

Corrias Pino

Pagina 33
(26 agosto 2003) - Corriere della Sera

 
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La stagione calda

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Blog

L

Siamo entrati nella stagione calda dei festival jazz. In tutta la penisola c'è un fiorire di programmazioni, dal piccolo borgo alla grande rassegna internazionale è un susseguirsi di proposte. Leggendo i programmi è però facile fare una constatazione: a parte le lodevoli eccezioni, che comunque rappresentano la minoranza dei festival, nei cartelloni si può trovare di tutto e di più: dal cantante al gruppo rock, le musiche più diverse affastellate con sprezzo della logica e spesso del semplice buon gusto. Quando poi i nomi sono effettivamente quelli di musicisti jazz è fin troppo semplice notare come si vada a riproporre il consueto, l'abusato, il "sicuro". Insomma, è più facile vedere la mano delle agenzie e degli assessori preoccupati del botteghino, rispetto ad un filo narrante, una proposta fuori dal coro, una ricerca di nuovi talenti o perlomeno di nomi meno battuti.

Qualche anno fa AllAboutJazz Italia fece una domanda a venti musicisti italiani. Riprendo due risposte, ma anche tutte le altre andrebbero bene, per evidenziare come la situazione sia stagnante e lascio ad ognuno trarre le facili e dovute conclusioni.

 

Scegli il direttore artistico di un importante festival italiano . È seduto di fronte a te, lo puoi guardare negli occhi e fargli - educatamente - una domanda

 
 
Pasquale Mirra: Mi rivolgo a tutti: quando organizzate la programmazione vi documentate realmente sulla musica degli artisti o preferite affidarvi ai nomi che già conoscete e circolano? Quanto la vostra scelta dipende dai nuovi ascolti che fate? 

Fabrizio Puglisi: Sinceramente non ho niente da chiedere a nessuno, conosco le logiche. Protezioni politiche e qualche assessore che ti chiede di riempire un teatro. Se il teatro è di un migliaio di posti io non ci suono con i miei progetti (nel senso che non lo riempio col mio nome). Ci suono al limite con progetti in cui non sono leader (che va bene lo stesso, alla fine). Insegnando in conservatorio, pur nel solito precariato, mi posso permettere di partecipare a cose che mi piacciono, non suono con chiunque e non per snobismo, ma per onestà.