MONDO JAZZ
il blog del portale Tracce Di Jazz.
il jazz da Armstrong a Zorn. notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video
di Roberto Dell'Ava

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Il Jazz è Cosa Nostra

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Quando si parla di musica Jazz vengono subito alla mente i locali di New Orleans, le fumose cantine di New York insieme ai mitici complessi di gente di colore che hanno portato questa musica a grandi livelli come Louis Armstrong, Ella Fitzgerald o Duke Ellington, solo per fare qualche esempio dei grandi miti, ma la vera musica Jazz ha origini molto più antiche e straordinarie. 
Tutto nacque quasi duecento anni fa niente meno che a Catania, in pieno regno borbonico, siamo infatti nel 1805.

(...)

Durante la Guerra di Secessione si può parlare di una vera invasione italiana in campo musicale e preludio alla nascita del Jazz. 
In quegli anni vennero arruolati tra le fila dei 'nordisti' molti afroamericani che scappavano dalla schiavitù e vennero in contatto con le band italiane e con gli strumenti musicali che faranno la storia del Jazz come tromba e il tamburo rullante, antenato dell'odierna batteria, il piano e in seguito anche la chitarra basso. 
A fine guerra New Orleans divenne ben presto la capitale del nuovo genere, ma curiosamente a farla da maestri erano le comunità francofone, ispaniche e soprattutto siciliane che ormai, come riconosciuto da tante ricerche internazionali sull'argomento, dette la vitalità e l'originalità a questa musica anche perché erano tra i pochi che sapevano leggere la musica e conoscevano il solfeggio, quasi del tutto sconosciuto alla maggioranza dei musicisti americani di allora. 
Erano gli anni in cui si formavano nuovi quartetti e addirittura orchestre composte da siciliani, ebrei e afroamericani tutti uniti dall'amore per la musica dando vita a quelli che oggi possiamo definire dei classici del Jazz. 

Fonte: http://www.italiani.net/index.php/cultura/1991-le-origini-del-jazz-nella-catania-borbonica.html

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Un concerto per pochi privilegiati

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Se a prima vista la front-women del quartetto  impressiona per  l’aria sbarazzina e giovanilmente spensierata, in realtà il solido e ben amalgamato gruppo di Tomeka Reid appartiene alla generazione di mezzo, quella che va dai 37 anni di Mary Halvorson ai 43 di Jason Roebke. Musicisti fatti, con già un cospicuo bagaglio di esperienze alle spalle ed un numero impressionante di collaborazioni.

In una cornice familiare, 50 persone stipate in un piccolo spazio all’interno dell’Helvetic Music Institute di Bellinzona, ho avuto il privilegio di assistere ad uno splendido concerto, una di quelle serate che farebbero  da spartiacque in qualsiasi jazz festival attento ai valori e sensibile alle nuove proposte. Non è un caso che la tournè del gruppo non preveda nessuna data in Italia, e d’altronde per la Reid si trattava anche del primo concerto in Svizzera.

Composizioni originali che alternativamente hanno dato modo alla Halvorson e alla Reid di mostrare appieno le loro notevoli qualità, ben sostenute da una notevole macchina ritmica, con Tomas Fujiwara impressionante per timing, leggerezza e fantasia.

Credo che Mary Halvorson rappresenti oggi quanto di più avanzato si possa ascoltare su una chitarra in ambito jazzistico: dalla meravigliosa capacità di variare il contrappunto in accompagnamento  alle sortite solistiche, con quel timbro ormai inconfondibile, apparentemente sghembo ed astratto, in realtà perfettamente lineare, asciutto ed essenziale.

Se mi si passa  l’ardito accostamento, una olografia di Marc Ribot depurata dagli eccessi rock e proiettata in un impressionistico sviluppo futurista. Roba da leccarsi le orecchie, esattamente come ascoltare i virtuosismi di Tomeka al violoncello. Le composizioni eseguite, tutte dotate di una melodia ben definita, hanno mostrato uno sviluppo ora cameristico ora sottilmente neo boppistico, il tutto naturalmente affrontato con uno spirito totalmente libero senza sconfinare nel free.

I pochi ma fortunati spettatori sono tornati a casa appagati, cosi come sicuramente Cristina e Fiorenzo, bravi organizzatori che credono a  valori come qualità, ospitalità ed amicizia rispetto ai più abusati criteri merceologici che normalmente si celano dietro l’organizzazione di un concerto.

Prossimo appuntamento annunciato per ottobre, con il trio Tomeka Reid, Silvia Bolognesi e Mazz Swift. Impossibile mancare. 

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More Narrazioni (e poi basta)

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Per chiudere la carrellata di pareri sul festival torinese ecco alcuni estratti dall'articolo di Jacopo Tomatis:

Nei giorni del Salone e Torino era piena di eventi come non mai. Il Salone del Libro con i suoi incontri e gli showcase e le conferenze; il Salone off, con concerti di buon livello (Bombino, 2Manydjs) all’ex-Incet, e una miriade di appuntamenti interessanti; Narrazioni Jazz, con 2-3 grandi eventi al giorno più i collaterali; i concerti di Jazz per la Città, di fatto dentro Narrazioni Jazz ma in pratica affidati in toto ad associazioni tramite bando; una Notte bianca...

Una scelta di quantità – con alcuni picchi di qualità, senz’altro – ma che trasmetteva l’impressione di un horror vacui sulle 24 ore. Come si valorizza un artista, una produzione originale, un autore invitato a parlare del suo libro se gli si controprogramma di tutto? L’idea di piazzare concerti ovunque, in contemporanea, mi sembra appartenere a una logica che in primis non rispetta i musicisti, e che in secondo luogo non fa un buon servizio neanche al pubblico. Una logica da “grande evento” (criticata a suo tempo, e a ragione, anche dall’attuale sindaco Appendino) che non dovrebbe appartenere a delle buone politiche culturali.

Ecco, le politiche culturali: capisco affermare il brand Torino, capisco le paure del fallimento del Salone… ma dove sono in tutto questo le politiche culturali? Dov’è la programmazione a lungo termine? 600 mila euro è una cifra con cui gestire il cartellone annuale di un teatro di media grandezza. Che senso ha fare 5-6 eventi di alto profilo in contemporanea (più svariati collaterali, e dietro ogni collaterale – ricordiamo – ci sono ore di prove, di lavoro, di scrittura) se nel resto dell’anno si continuano a fare le nozze coi fichi secchi, e se la proposta culturale della città si svuota?

Il Salone 2017 ha dimostrato una cosa importante, e che era necessario dimostrare: a Torino c’è un grande pubblico per gli eventi culturali, che ha dato una risposta e un entusiasmo del tutto inattesi per 5 giorni. A delle buone politiche culturali andrebbe il compito di occuparsi anche degli altri 360: ora – forti di questo successo – è il momento giusto per farlo.

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L'importanza di Archie

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Oggi Archie Shepp compie 80 anni, e se anche la sua parabola artistica più creativa è abbastanza lontana nel tempo, la sua rilevanza nella composita storia del jazz non ha avuto una completa e giusta messa a fuoco.

Qualche anno fa il blog Mi Piace il Jazz dell'amico Elfio Nicolosi  traduceva un articolo interessante in questo senso, tratto dal sito New England Public Radio. Lo ripropongo visto il ricco corollario di episodi che il testo propone:

Lo scorso 24 maggio si è celebrato il 75esimo compleanno di Archie Shepp. Si sono sentite poche fanfare attorno a questa importante celebrazione di questo grande del jazz, di certo niente di paragonabile con le celebrazioni per gli anniversari di Miles Davis e John Coltrane un decennio fa.
Ma dal momento del suo ritiro dalla University of Massachusetts, dove è stato professore del W.E. B. DuBois Department of Afro-American Studies per 35 anni, Shepp passa la maggior parte del suo tempo a Parigi dove risiede, lontano dai riflettori.
Si può essere tentati di riecheggiare il compianto senatore Bentsen, che disse, "Archie Shepp non è nè Miles Davis nè John Coltrane," e in termini di riconoscimento del nome, potrebbe aver ragione.
Ma durante gli anni '60, quando Coltrane stava creando una musica nuova e radicale e Davis era alle prese con la dicotomia tra il suo retaggio e la sfida della New Thing, Shepp ebbe delle sostanziali interazioni con entrambi, anche se una è molto più conosciuta rispetto all'altra.
Il critico Ben Ratliff include l'album di Shepp, Fire Music del 1965 nella NewYork Times Essential Library of Jazz, che comprende un elenco di 100 significative registrazioni, e scrive, "Archie Shepp fu il dono di John Coltrane ad una maggiore consapevolezza dell'America".
Anche se Coltrane poteva sembrare un apolitico, ed era molto reticente a parlare di politica o di razza, anche quanto era duramente pressato dai giornalisti, Martin Williams suggerì che Ascension, il lavoro di Coltrane più riottoso, annunciava quello che stava accadendo ai neri americani alla metà degli anni '60, che avrebbe dovuto essere ascoltato da poliziotti, assistenti sociali e politici.
Shepp fu uno dei partecipanti ad Ascension, e avendo avuto notizie della sconvolgente intensità che ebbe luogo quando Trane e Archie sedettero insieme in diversi momenti prima del 28 giugno 1965, si può solo concludere che il giovane sobillatore fosse una importante influenza sulla crescente direzione radicale che Ascension rappresentò nella musica di Coltrane.
Ma mentre Coltrane era un taciturno, Shepp usava ogni forum a sua disposizione per denunciare il razzismo, non solo nella nazione, ma anche nel mondo della musica. Era la voce più schietta del Black Power in jazz, raccontando a Leroi Jones nel 1965, "Lo scopo del musicista Negro dovrebbe essere quello di liberare l'America esteticamente e socialmente dalla sua disumanità."
E sia con le parole che con la musica, articolò un audace affermazione del primato della cultura nera nella tradizione jazz, in cui inseriva canti gospel e spiritual, blues classico, musica teatrale, marce Sousa, Ellingtonia, bossa nova, drum chants, poesie, polemiche, e un suono del sax tenore che spaziava tra le fattorie ed i salotti.
La carriera di Shepp ebbe una grande spinta quando Coltrane intercedette con la Impulse Records ed incoraggiò Bob Thiele a produrre un suo disco nel 1964. Thiele accettò a condizione che Shepp dedicasse il suo primo album a pezzi composti da Coltrane, e quindi il suo album debutto fu Four For Trane.
Poi Shepp creò alcuni dei lavori più importanti ed originali per la Impulse nel decennio successivo; prima di lui, Coltrane era l'unico avanguardista nel catalogo Impulse (tre titoli di Cecil Taylor furono sepolti sotto il nome di Gil Evans su Into the Hot), ma la controllata ABC Records alla fine si affermò come la principale etichetta per l'avanguardia, producendo sessioni di Pharoah Sanders, Albert Ayler, Roswell Rudd, Marion Brown, Charlie Haden, Alice Coltrane e Sam Rivers.
Oltre al ruolo svolto nel garantire il contratto con la Impulse, Coltrane intendeva presentare Shepp sulla sua registrazione più profondamente personale, A Love Supreme. Shepp apparse sulla first take di Acknowledgment, il movimento di apertura di A Love Supreme, ma poi fu pubblicata la seconda. L'altra versione, che a lungo si è creduto fosse andata perduta, finalmente fu portata alla luce ed inclusa nella ristampa, edizione Deluxe, di A Love Supreme nel 2002.
Mentre Coltrane rispettava Shepp, ed espresse "ammirazione" per lui, apparentemente Miles lo temeva.
Quando i due erano nello stesso cartellone nel corso di un lungo tour europeo nel 1967 prodotto da George Wein, Davis, insistette per suonare il primo set. Secondo il suo biografo Ian Carr, il trombettista disse "di non voler suonare ad un pubblico malato, implicando che si sarebbero sentiti male dopo aver ascoltato Shepp."
Più probabilmente, Miles non voleva suonare dopo una figura carismatica come Shepp, che suonava con un marcato grado di teatralità ed aveva un seguito tutto suo. (Archie studiò drammaturgia e recitazione al Goddard College, apparve nella produzione di The Connection del Living Theater, e scrisse tre commedie che sono state prodotte Off-Broadway, Junebug Graduates Tonight, The Communist e Lady Day: A Musical Tragedy.)
Ma c'era già del sangue cattivo tra Davis e Shepp derivato da un incontro che ebbe luogo un anno prima al Village Vanguard, che si dimostrò essere una specie di spartiacque.
Verso la fine del 1965, durante l'ingaggio di una settimana di Davis al Vanguard durante i festeggiamenti per il Ringraziamento, Shepp, sotto la spinta di Tony Williams, chiese di sedersi con la band.
Ian Carr dice che Miles lo respinse, e scoppiò una accesa discussione che si sentì fin al di fuori dello spogliatoio del Vanguard. Una volta che la questione sembrò risolta, il gruppo tornò al palco. Ma quando Wayne Shorter concluse il suo assolo sullo standard di Davis Four, Shepp uscì dalle ombre per suonare il suo tenore e si sedette con la band.
Davis semplicemente sparì e si non fece più vedere per il resto della serata.
Come Carr scrive: "In quell'occasione il playing di Shepp scatenò nel gruppo di Miles un nuovo livello di vitalità."
E per quanto sgradevole potesse sembrare a Miles, ciò portò ad un ampliamento del suo repertorio. Infatti, anche se il gruppo con Shorter, Williams, Herbie Hancock e Ron Carter aveva già pubblicato delle acclamate registrazioni che presentavano delle loro composizioni, Miles doveva ancora cominciare ad includere tutto il nuovo materiale in concerto. Infatti il repertorio concertistico di Davis non era cambiato molto dal 1960.
Ma non molto tempo dopo l'incursione di Archie, il gruppo iniziò ad agitarsi per incorporare le nuove composizioni in concerto, e come sappiamo dalle registrazioni pubblicate di recente, come Live in Europe: The Bootleg SeriesFootprints, Riot, Agitation, Masqualero, e altri originali divennero parte del repertorio.
 
 
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Castrato con accompagnamento musicale

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DOVE FINISCONO I SOLDI REGIONALI PER LA MUSICA

C'è chi non ha fatto neppure uno spettatore pagante negli ultimi 3 anni e dichiara un bilancio di appena € 5.000,00.
C'è chi dichiara di aver fatto 31 concerti di alto livello artistico : peccato che poi dichiari di aver fatto 24 spettatori a concerto e un bilancio di appena € 30.000,00.Come a dire concerti dal costo complessivo di € 900,00 visti da 24 persone a volta.
Ma ci sono anche i fenomeni da 18000 spettatori l'anno ! Peccato poi che gli stessi dichiarino di aver incassato € 20.000,00 : una media di €1,20 centesimi a biglietto,ma com'è possibile ?
C'è anche chi dichiara un bilancio di soli € 9000,00 e riceva un contributo pari al 213% del suo bilancio.E qui ci fermiamo,ma potremmo continuare.

Poi c'è Catania Jazz : 120 concerti negli ultimi 3 anni,circa 32.000 spettatori paganti,bilancio annuale oltre € 400.000,00 , più di 1600 abbonati tra Catania e Palermo, più di € 800.000,00 di entrate proprie nell'ultimo triennio.E artisti di livello infimo come tutti ben sanno,come nella storia dell'associazione,dal 1983 ad oggi.

Ultimi,siamo ultimi in Sicilia.In alto,a destra,sulle nostre istanze,nessun nome di politico come usa in Sicilia.

Ecco perchè abbiamo rifiutato l'elemosina regionale del 2016.

 

Domanda facile facile : secondo voi tra due concerti del pianista americano Brad Mehldau in teatro e due mangiate di castrato al ristorante con accompagnamento musicale,cosa viene ritenuto più meritevole di sostegno dall'amministrazione regionale ?

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La piccola città di Frisell

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Blog

Words are flowing out like endless rain into a paper cup, | They slither while they pass, they slip away across the universe. 
(da Across The Universe, Lennon-McCartney)

Le parole tracimano come una pioggia infinita dentro una tazza di carta, | si dissolvono mentre passano, scivolano nell'infinito dell'universo.

Da qualche settimana è uscito il nuovo album di Frisell, Small Town, un duetto con Thomas Morgan. Forse, vista la formula, un poco monocorde (almeno per i miei gusti), ma la qualità è indubbia ed i protagonisti di valore assoluto. Personalmente mi sento più vicino al primo Frisell, quello più acido e sperimentale dei trii e dei quartetti, ma anche in una semplice rilettura del brano di John Lennon il piacere dell'ascolto e la classe del musicista sono del tutto fuori discussione.