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di Roberto Dell'Ava

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Il jazzista imperfetto

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Blog

 

"Il Jazzista imperfetto"

 

(La mia vita di passione e improvvisazione)

Ed. Rai Eri 

  DANILO REA

con

Marco Videtta

 PRESENTAZIONE

 ROMA: 6 MAGGIO |  FELTRINELLI DI VIA APPIA NUOVA | 17:00

 TORINO:  13 MAGGIO | SALONE DEL LIBRO, SPAIZO RAI | 18:15

 da Il Messaggero / Spettacoli e Cultura

 di Leonardo Jattarelli

"Le cantine

Erano gli anni di droga e Lsd «e il rischio di caderci dentro era costantemente in agguato» racconta Rea, perché quelli che “si facevano” erano considerati “Yeah” ma morivano spesso anche di overdose. Sono gli anni degli incontri di una vita, Roberto Gatto, Enzo Pietropaoli, il Folkstudio, il Music Inn, Harold Bradley e Francesco De Gregori ma su tutti Massimo Urbani, il grandissimo Urbani leggenda del sax italiano e internazionale.

Entravi nelle cantine ammuffite del Music Inn dove il jazz sapeva di polvere umida e lì gustavi di nuovo le magie di chi ci aveva suonato, Charles Mingus e Ornette Coleman, Gato Barbieri e Bill Evans: «E ora toccava a noi» ricorda Danilo Rea. Il testimone passava di mano.

Nella lunga conversazione scritta insieme con Marco Videtta, “Il jazzista imperfetto” ti rimane dentro come un quadro fermo ma in continuo movimento, la stessa atmosfera di, non so, “I nottambuli” di Hopper. E il cuore rimane appeso alle conversazioni, agli incontri, agli aneddoti. Rea cita la rigidità di Lester Young: «E’ tornato a suonare a Woodville dove è nato, invitato da un amico musicista che si è messo a fare un po’ troppo il ganzo. Dopo avere suonato insieme, il tipo va da Lester e gli fa: “Ti ricordi l’ultima volta che abbiamo suonato insieme?” e Lester: “Sì. Oggi”». Erano gli anni del grande ritorno: Pepito Pignatelli, lo storico proprietario del Music Inn, chiedeva a Danilo e ai suo compagni se se la sentivano di suonare con…Lee Konitz, Chet Baker, Art Farmer, Johnny Griffin.

Ecco, solo per citare, tra i tanti ricordi di cui è zeppo “Il jazzista improvvisato”, quello che riguarda proprio l’inarrivabile Chet: «Andai a prenderlo con la macchina di famiglia – racconta – che mio padre, sempre pronto ad aiutarmi, mi aveva prestato senza tante raccomandazioni. Dovevamo suonare ad Isernia…Chet era bello come James Dean e suonava la tromba come un dio del jazz. Cosa c’era di malato nel jazz degli anni Cinquanta, tanto da distruggere un’intera generazione di superlativi musicisti?...Chet aveva detto che l’eroina gli aveva dato il senso del tempo, dilatando il suo modo di suonare al punto da farlo diventare il suo stile inconfondibile».

 

 continua su Il Messaggero.it

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