MONDO JAZZ
il blog del portale Tracce Di Jazz.
il jazz da Armstrong a Zorn. notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video
di Roberto Dell'Ava

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Format nuovi

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Guardo il programma. Lo potete leggere anche voi sul  sito. Nelle grandi linee, già si conosceva. Dignitoso, niente da dire. Con alcuni progetti interessanti e una nobile coorte di "soliti noti", da Enrico Rava e Geri Allen a Paolo Fresu, da Dee Dee Brigewater allo spettacolo "Jass" di Franco Maresco con il direttore di Narrazioni Jazz Stefano Zenni fra gli interpreti; e poi altri nomi non banali. Tutto molto elegante. Però, santo cielo: non una prima, non un'esclusiva vera, a parte Napoleon Maddox - non esattamente una superstar... - e alcune "partecipazioni straordinarie" come quella di Anna Boniauto con Rava e Allen. 
Beh, non s'offenda Zenni: il programma è valido, di qualità. Ma per quale motivo un genovese, o un milanese, o addirittura un fiorentino, dovrebbe decidere una gita a Torino per assistere al nostro festival jazz?

(...)
La domanda fondamentale ("In che cosa si differenzia Narrazioni Jazz dal Tjf?") me la risparmia il direttore di Narrazioni Jazz (ed ex direttore del Tfj) Stefano Zenni, anticipando la risposta: egli dichiara spontaneamente che "Narrazioni Jazz è un format assolutamente nuovo che apre grandi prospettive per il futuro, e per un direttore tanto basta".
La "novità", a detta di Zenni, consiste nell'aver dato un tema al Festival, incentrandolo sul rapporto fra musica e altre arti, in particolare la letteratura. 
A me non pare nuovissimo, ma posso sbagliare. 
Zenni sostiene inoltre che la "novità può clamorosa" di Narrazioni Jazz è il metodo utilizzato per costruire il cartellone del festival "off", Jazz per la Città: spettacoli nei quartieri organizzati da associazioni scelte tramite bando pubblico. "E trasparente", aggiunge l'assessore Leon. Zenni sottolinea che "non c'è nessun festival in Italia che strutturi un terzo della sua attività ricorrendo a una call pubblica". 
Chissà perché non c'è. 
Sarò sbagliato io, ma tutte 'ste pretese novità non mi paiono decisive
(...)
la prima domanda è ovvia: quanto costa il Festival, quanto spende il Comune per la comunicazione, e quali sono gli sponsor.
Leon risponde che il Festival costa 550 mila euro, completamente pagati dagli sponsor; incespica sulla spesa comunale per la comunicazione ("Mi pare 120 mila... No, sono 50 mila euro") e elenca gli sponsor: Intesa San Paolo e Iren sono i soliti due main sponsor, c'è una partecipazione di Poste Italiane, RaiRadio3 è media sponsor.
(...)
Dunque: 550 mila euro dai soliti sponsor più 50 mila del Comune per la promozione, per un festival che dura 5 giorni anziché i dieci del Tjf. 
Il Tjf - ultima edizione - aveva 825 mila euro di budget versati dagli sponsor (che non erano soltanto i soliti due) e 120 mila dal Comune, sempre per la promozione.
Quindi, siamo a 600 mila euro per 5 giorni contro 945 mila euro per dieci giorni. A peso, non ci si guadagna.
 
 
Gabriele Ferraris sul suo blog si è sempre occupato del Festival Jazz di Torino, oggi Narrazioni Jazz, con argomenti che ho sempre ampiamente condiviso. Anche in questo nuovo post le sue perplessità sono le nostre: i 5 Stelle tuonavano contro il festival ed i suoi sponsor  quando erano all'opposizione e ora ripropongono pari pari la stessa ricetta, al netto delle distinzioni più di forma che di sostanza. Verrebbe da pensare che, dopo i Casaleggio, abbiano tra i maitre a penser sopratutto Tommasi di Lampedusa...
Ma, a parte le questioni politiche, francamente poco entusiasmanti, quello che non cambia affatto è il prodotto finale. Se il Torino Jazz Festival a fronte di un investimento notevole produceva poco più di una manciata di concerti interessanti, il Narrazioni Jazz non si discosta di molto. 
Condivido il giudizio di Ferraris, si tratta comunque di un programma dignitoso, ma con 600 mila euro continuo a pensare che sia oggettivamente possibile allestire un cartellone più coraggioso.  Detto questo, in bocca al lupo e buon lavoro a Zenni, da parte mia, per confermare quanto detto da Ferraris, me ne rimarrò a casa...
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600mila Narrazioni

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Quali sono i nomi forti di questo "rinato" Torino Jazz Festival? Di certo l'inaugurazione con lo spettacolo Jass. Ovvero quando il jazz parlava siciliano, di Franco Maresco e Claudia Uzzo, all’Auditorium Giovanni Agnelli. Seguito, il giorno successivo, dal concerto di Dee Dee Bridgewater e dal concerto di Paolo Fresu nella Chiesa di San Filippo Neri (il 21).

Poi, al Piccolo Regio, William Parker (18 maggio), Cristina Zavalloni con un concerto dedicato a Boris Vian (19 maggio) Napoleon Maddox, con un’esclusiva italiana (20 maggio), Antonio Faraò Trio (20 maggio) e Fabrizio Puglisi (21 maggio). E, fra le produzioni originali, l'incontro fra Enrico Rava, Geri Allen e Anna Bonaiuto (Auditorium Giovanni Agnelli, 19 maggio) e il concerto degli allievi del Conservatorio dedicato a Hubert Selby Jr. Da segnalare anche l'incontro fra Vitaliano Trevisan e i Malkuth.

La novità più importante, tutta da verificare nella sua efficacia, è proprio la collocazione a fianco del nuovo Salone del Libro di Torino, dal 17 al 21 maggio. E poi ci sono i progetti paralleli, "Jazz per la Città 2017" e "Torino Jazz Night/Oltre i confini della notte", una notte bianca (il 20 maggio)... Tanta, tantissima roba. Con il rischio – che era già del Torino Jazz Festival – di bulimia di offerta, fra programma principale, programmi secondari e Salone.

Fonte:  http://www.giornaledellamusica.it/news/?num=118853

A prima vista, vien da dire che il Torino Jazz Festival non è morto: si è solo ristretto e ha cambiato nome. Da quest’anno si chiamerà Narrazioni Jazz, durerà cinque giorni anziché dieci, costerà 600 mila euro anziché un milione. Come al solito pagati in massima parte dai soliti “sponsor” Intesa e Iren. Il solito direttore, Stefano Zenni, ha fatto un buon lavoro, come al solito, allestendo un dignitoso cartellone.  

 

 

Niente di nuovo sotto il sole, dunque? 

 

Macché: il Comune, che continua a organizzare il festival tramite la solita Fondazione Cultura, dichiara che in realtà Narrazioni Jazz è un festival nuovissimo e originalissimo. 

 

Mi pare giusto, dato che in passato l’attuale sindaco, all’epoca consigliere d’opposizione, non aveva risparmiato gli strali contro il vecchio Torino Jazz Festival, che considerava la quintessenza di una politica culturale sbagliata, concentrata sui “grandi eventi”. 

 

Dubito però che un festival da 600 mila euro si possa definire un “piccolo evento”. Quindi la diversità di Narrazioni Jazz va cercata altrove. 

 

Secondo il direttore Zenni, la “novità più clamorosa” è il ricorso a un bando per costruire il cartellone off , intitolato «Jazz per la Città»: “Nessun festival in Italia struttura oltre un terzo della sua attività ricorrendo a una call pubblica”. Ci sarà pure un motivo. 

 

Il sindaco indica altri fattori di novità: “Narrazioni Jazz è un festival inclusivo sotto il profilo geografico, dei temi e del metodo”. Inoltre sottolinea la commistione con la letteratura e le altre arti, e lo stretto rapporto con il Salone del Libro. 

 

Il direttore del Salone del Libro, Nicola Lagioia, commenta: “E’ raro trovare altre città europee in cui avvengano eventi come questo”. 

 

In un certo qual senso credo che Lagioia abbia ragione

Fonte: http://www.lastampa.it/2017/04/21/torinna/la-settimana-osette/sommario/la-settimlmaXNZ7hN3rv5lBjUO324lyUP/pagina.ht

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Ma come è andata a Terni ?

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E’ andata bene, ma abbiamo scherzato. Questa la sintesi della conferenza stampa finale di Umbria Jazz Spring a Terni, tenuta ieri, 20 aprile, a Palazzo Spada dal duo ben assortito composto da Leopoldo Di Girolamo, sindaco e Carlo Pagnotta, direttore artistico. Supporters a latere, l’Assessora alla cultura Tiziana De Angelis e il Vice presidente della Regione, il ternano Fabio Paparelli.

Uno show impagabile in cui la coppia dà vita a qualcosa che sembra somigliare ad alcune gag cinematografiche famose. Una scenetta come quella della celebre domanda al Vigile Urbano di Milano dei Fratelli Caponi (Totò e Peppino) “Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? Sa è una semplice domanda….”. Psicologicamente la messa in scena ha la struttura del “non so se mi sono capito”.

Il duo ben assortito nel breve volgere di una oretta riesce a dire tutto e il contrario di tutto. Non fosse altro perché era stata proprio Umbria Jazz, nella persona del Vice Presidente della Fondazione, Stefano Mazzoni, alcune ore prima della conferenza allo Spada, a mettere nero su bianco cosa ne pensava dell’evento (CLICCA QUI). Nella nota ufficiale Mazzoni scrive chiaramente che l’edizione zero, cosiddetta, non è andata secondo le aspettative. Un modo edulcorato per dire che non è andata bene affatto.

 

E in conferenza stampa, Pagnotta, a cui va riconosciuta la capacità di essere franco e determinato come un cazzotto in un occhio, aggiunge “Siccome non mi accontento mai, posso dire che quest’anno abbiamo scherzato, mi aspettavo qualcosa di più anche se le cose sono andate abbastanza bene”. Tradotto in due parole e un numero, 1800 biglietti venduti.

Nella nota stampa a firma Mazzoni, UJ aveva parlato di 1600-1700 presenze per 4 concerti. Ma senza spaccare il capello in quattro, quello che salta all’occhio a Palazzo Spada è la gioia incontenibile degli amministratori cittadini opposta alla felpata cautela del patron Pagnotta, che la coda ce l’ha lunga e sa bene che ci vogliono le persone ai concerti per fare le frittelle.

Un Soldout sicuro come quello di Paolo Fresu (che suona un ibrido, in termini jazzistici, del Laudario di Cortona), o concerti piacioni come quelli di Danilo Rea e Peppe Servillo e i popolari Gospels (anche se non assoluti) stridono con la povertà di pubblico di alcuni concerti dove il jazz o le sue dirette derivazioni si suonavano davvero, (Incognito, Chico Freeman, Sammy Miller etc.).

Continua a leggere qui: http://tuttoggi.info/umbria-jazz-spring-palazzo-spada-bilancio-finale-trionfo-flop-non-ce-maluccio/391322/

Quindi, in conclusione, come avevamo facilmente anticipato, Umbria Jazz Spring è stato un festival raffazzonato, con finanziamenti insufficienti e con un programma di conseguenza. Alla fine, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? Mah, vedremo il prossimo anno...

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Il misterioso Hank

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Johnny Griffin, John Coltrane and Hank Mobley

 
Costretto a ritirarsi parzialmente dalla musica verso la metà degli anni '70, a causa di forti problemi economici, il furto del sassofono (che lo costrinse, per qualche tempo, a suonare il sax baritono) e un grave enfisema polmonare, Mobley è scomparso nel 1986. Le ultime sue apparizioni dal vivo lo hanno visto assieme al pianista Duke Jordan.
Della vita extramusicale di Mobley non si sa assolutamente niente: il sassofonista ha rilasciato solo due brevi interviste in tutta la sua carriera (una al giornalista e critico John Litweiler) mantenendo sempre però un estremo riserbo sulle sue vicende private. Anche la biografia di Derek Ansell uscita nel 2008 è costretta a basarsi solo sulla documentazione discografica del musicista, tale è l'assoluta mancanza di qualsiasi altra notizia di carattere personale.
Fonte: pagina Facebook  Mosaico della Musica
 
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Il mondo

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La scomparsa di Gianni Boncompagni ha riportato alla notorietà, tra le altre creazioni più o meno effimere del nostro, la canzone Il Mondo cantata  da Jimmy Fontana , di cui Boncompagni scrisse il testo. Pochi però, soprattutto i più giovani, conoscono il retroterra culturale e musicale di Fontana.
Jimmy Fontana, nome d’arte di Enrico Sbriccoli, fu un cantautore italiano che conobbe il successo negli anni sessanta, con la celeberrima “Il Mondo”. Nato nelle Marche, a Camerino, imparò a suonare il contrabbasso da autodidatta e, appassionato di Jazz, iniziò a frequentare l’Hot Club di Macerata, dove si esibì con gli amici. Dopo il diploma si trasferì a Roma per l’università e iniziò la collaborazione con la “Roman New Orleans Jazz Festival”.  Abbandonati gli studi, si dedicò alla musica con lo pseudonimo di Jimmy Fontana, ispirandosi al suo idolo Jimmy Giuffré, incidendo qualche canzone Jazz. Ben presto fondò la Jimmy Fontana Band and is Trio e sposò Leda, da cui ebbe quattro figli: Luigi, Roberto, Andrea e Paola. Nel 1961 partecipò al festival di Sanremo cantando Lady Luna insieme a Miranda Martino, ma il boom lo fece nel 1965 con “Il Mondo” scritto per lui da Gianni Meccia e Gianni Boncompagni.
All’inizio degli anni Settanta scrisse, in collaborazione con altri artisti, il brano “Che Sarà”, con lo scopo di proporlo a Sanremo, che verrà poi costretto a regalare ai Ricchi e Poveri che ne faranno un successo nazionale. Deluso dalla vicenda, si ritirò quasi definitivamente dalla scena musicale italiana.
Muore all’improvviso l’11 settembre del 2013, all’età di 78 anni, a causa di un’infezione dentale che gli causò una febbre molto alta, fatale per il suo fisico non più giovanissimo.
 
Leggo in questi giorni solo articoli e commenti incensatori sull’opera di Boncompagni. Ritengo che ci vorrebbe più equilibrio e più distacco nei giudizi. Se Bandiera Gialla e Alto Gradimento hanno a loro modo fatto storia (ma ci sarebbe da discutere anche qui) è anche vero che hanno dato il via a centinaia di trasmissioni sulla falsariga, quasi inevitabilmente brutte copie, che hanno contribuito solo ad impoverire ed abbassare il livello culturale delle radio italiane.
Se poi parliamo di Boncompagni autore televisivo ( Drim, Domenica In, Pronto Raffaella, Casa Castagna, Macao e ovviamente  Non è la Rai) più che l’originalità mi pare evidente la mediocrità, il basso livello, la ricerca facile di consenso e successo a spese di qualsiasi pallida ambizione artistica. D’altronde lui era stato esplicito fino dagli inizi: “In tv ci sono solo due cose: robaccia con ascolti alti e robaccia con ascolti bassi”, cosi’ quando leggo commenti coccodrilleschi come “Lo capiremo fra 30 anni” (Giancarlo Magalli), non mi rimane che sorridere. E’ vero che Magalli ci impiegherà 30 anni, ma a molti altri è invece cosi’ facile capire…..
 
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Veri "comunisti"

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Blog

Un articolo scritto con onestà intellettuale e non con il solito servilismo giornalistico.

Commento al post Umbria Jazz Spring

Approfitto del commento odierno per puntualizzare nuovamente, repetita iuvant, la politica editoriale di Tracce di Jazz. Siamo una manciata di appassionati, diversi per età, gusti, residenza geografica, formazione culturale (e tifo calcistico…ehm). Crediamo che le diversità, anche profonde, siano stimolo e ricchezza e non pretesto per divisioni, che, in campo jazzistico, sarebbero più ridicole che sostanziali vista l’esigua rilevanza economica e di immagine della nostra musica in Italia. Non siamo professionisti della musica o del giornalismo, al contrario, il nostro lavoro si svolge in ambiti quanto mai lontani da musicisti e giornali.

Anche questa si è dimostrata  una ricchezza, infatti, a differenza dei quotidiani e delle riviste generaliste, commentiamo  il programma dei  festival più significativi senza riportare il solo comunicato stampa, di solito “gonfiato” di aggettivi spesso usati a sproposito e senza una dimensione critica appropriata all’evento.

Anche rispetto ai jazz magazine cartacei ed on line(dei quali, sia detto per inciso, al  netto di critiche e differenti vedute , siamo appassionati lettori e sostenitori da sempre),  abbiamo oggettivamente un grosso vantaggio: non abbiamo “amicizie” da coltivare, rapporti economici da salvaguardare, pagine di pubblicità che potrebbero scomparire alla prima critica non gradita. E’ il cosiddetto libero mercato, ed il “normale” intersecarsi di rapporti economici ed umani .

Noi invece siamo fuori mercato: nessuna pubblicità, nessun introito, amicizie del tutto svincolate da interessi e/o ritorni di alcuna natura. Veri “comunisti” direbbe il Cavaliere se solo qualcuno gli  togliesse quell’agnellino dalle braccia.  Si tratta di una necessità e di una libera scelta che solo grazie alla rete si è resa possibile e praticabile.  

Con ciò non si pretende di essere sempre nel giusto o di essere onniscienti, sarebbe sciocco pensarlo, e, senza prenderci troppo sul serio, scriviamo da appassionati per appassionati, senza secondi fini, raccontando sempre il nostro pensiero e cercando di motivarlo. Secondo noi, e secondo il confortante parere di molti di voi che ci leggete, queste semplici premesse sono sufficienti per vivere una esperienza unica, tracciando uno sguardo libero e appassionato su musica e musicisti, festival e rassegne, album ed eventi oggi in Italia e nel mondo

E tutto ciò e al netto dei nostri limiti, almeno nel nostro paese è una esperienza unica che  non ha confronti.