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Gianfranco Nissola - Miles Davis. Principe delle tenebre

Scritto da Redazione on . Postato in Libri

A novant'anni dalla nascita, e venticinque dalla morte, Miles Davis resta un enigma. Nonostante la messe di lavori, studi, analisi e ricostruzioni biografiche, e i fiumi di inchiostro che hanno provato a raccontarne l'esistenza leggendaria e a spiegarne la musica inarrivabile, per molti il trombettista di Alton, Illinois, sì colloca nella sfera dei misteri ancora da decifrare.


Miles Davis. Principe delle tenebreA novant'anni dalla nascita, e venticinque dalla morte, Miles Davis resta un enigma. Nonostante la messe di lavori, studi, analisi e ricostruzioni biografiche, e i fiumi di inchiostro che hanno provato a raccontarne l'esistenza leggendaria e a spiegarne la musica inarrivabile, per molti il trombettista di Alton, Illinois, sì colloca nella sfera dei misteri ancora da decifrare.
Ci prova anche un film, Miles Ahead, scritto e diretto da Don Cheadle, a testimoniare quanto sia ancora indelebile la figura di Miles Davis nell'immaginario collettivo - musicale e non - del ventunesimo secolo.
Questo libro, che appare in una nuova edizione aggiornata e ampliata, ha come scopo primario quello di parlare di Miles Davis a tutti: non solo agli appassionati, che pure troveranno informazioni dettagliatissime e non sempre rinvenibili altrove, quanto piuttosto a chi non lo conosce, affinché sia possibile comprendere come la magia di quella musica sia nata prima di tutto da una vita intensa, dura, formidabile.
Un tuffo nelle tenebre, per riscoprire la vita e la musica di Miles Davis, genio della musica afroamericana del ventesimo secolo, pietra miliare del jazz.
C'è tanto di lui in questo libro, delle sue donne, della sua musica, del suo continuo morire e rinascere.
Gianfranco Nissola ci racconta aspetti che sono sconosciuti ai più, facendo emergere la figura di un uomo orgoglioso delle sue origini etniche, artista nero, fiero, combattivo, sul quale sono state dette anche molte bugie.
Arrivò in Europa leader di un quintetto stratosferico: con lui suonavano John Coltrane, Wynton Kelly, Paul Chambers e Jimmy Cobb. A mezzo secolo da quello 'sbarco', questo libro vuole raccontare Miles Davis anche a chi non lo conosce, per fargli cogliere come la magia di quella musica sia nata prima di tutto da una vita intensa, dura, formidabile.
Gianfranco Nissola (Casale Monferrato 1936) da sessant'anni musicologo per passione, docente UNITRE di Casale Monferrato e referente per la Musica Jazz dell'Associazione AmbientArti in Europa e nel Mondo. Autore di schegge biografico-musicali e di guide all'ascolto di opere dei massimi esponenti di musica afroamericana.

Tratto dal prologo:
Montreux è un’elegante cittadina costiera adagiata nell’insenatura che, a oriente, chiude il lago Lemano, in Svizzera. Sono i primi giorni di un caldo assolato mese di luglio: è l’anno 1991. Claude Nobs, ideatore e fondatore del Montreux Jazz Festival, è impegnato nella definizione degli ultimi dettagli di questa edizione, la numero venticinque; è un importante traguardo e, per l’ottava volta dal 1973, ci sarà Miles Davis! Tutto deve essere pronto per festeggiare il ritorno del mitico musicman di Alton, Illinois; sono passati solamente alcuni mesi dalla sua ultima performance qui, al Salone del Casinò, e l’eco del successo di quel concerto risuona ancora. Quincy Jones, che dirigerà la formazione orchestrale, è già presente da qualche
giorno e rassicura Claude Nobs che ha offerto a Davis un ingaggio siderale: «Tranquillo! Miles ci sarà! È un appuntamento essenziale per lui».
Quincy è anche il produttore artistico della manifestazione, e la sua calma fuga gli ultimi dubbi di Claude che ne è il produttore esecutivo. A pochi chilometri di distanza, intanto, sulla pista principale dell’aeroporto di Losanna, sta atterrando un piccolo turboelica della compagnia Air France. L’aereo, che arriva da Parigi, rulla in zona appartata e si arresta.
Si apre il portellone e, dai pochi gradini della scaletta, scende una figura esile che veste un elegante giubbetto scuro a riquadri profilati bianchi su una camicia con trame in diverse tonalità di marrone. I pantaloni, ampi, sono beige chiaro; un alto cinturone di cuoio nero, con una grossa fibbia di metallo, li sostiene all’altezza dei fianchi.
Il volto dell’uomo, semicoperto da un paio di occhiali scuri, è incorniciato da capelli neri, lunghi e ondulati; le lenti nere, con protezione laterale, mitigano il riverbero dei raggi del sole incidenti sul cemento della pista. Quella figura fragile, inconfondibile, allarga le braccia in segno di saluto. È lui! È Miles Davis, il “Principe delle Tenebre”.
Ammiccando verso la telecamera che lo inquadra mima, con la mano destra, il gesto di sistemarsi i capelli: è un suo vezzo. Miles, a sessantacinque anni suonati, tiene sempre all’eleganza del proprio aspetto, e ne va fiero!
Una berlina Mercedes di colore grigio lo attende a bordo pista. Egli si avvicina, apre la portiera e si accomoda a lato dell’autista. La Mercedes, partendo con calma, si dirige verso il centro della città; la destinazione di Miles è il Montreux Palace, l’hotel più prestigioso.
Molto più rapidamente si diffonde la notizia del suo arrivo nel piccolo rinomato centro turistico svizzero, sede del famoso festival musicale, ormai storico. Il mattino successivo Miles raggiunge il Casinò per una sessione di prove che si svolge in un’ampia sala; le luminose vetrate, che ne delimitano due lati, si affacciano sul lago.
Il sole, già alto, risplende e si riflette sulla calma superficie delle acque creando fantasmagorici giochi di luce. Miles, che non ama molto la luce, veste in modo diverso rispetto al giorno precedente. Indossa un giubbetto di pelle morbida color cenere, impunturato in orizzontale, al carré, da una cucitura chiara, a zigzag, con piccole frange; ha un vago tono di ricercatezza. Sotto, una maglietta a girocollo, a fondo azzurro con piccoli pois bianchi; i pantaloni sono di una diversa tonalità di grigio, flosci. Il bel volto color ebano è sempre semicoperto dagli immancabili occhiali scuri con le protezioni laterali contro il riverbero dei raggi solari. È questa l’unica invariata nota che caratterizza la figura minuta che ieri abbiamo incontrato all’aeroporto di Losanna.
Quando Miles, lentamente, fa il suo ingresso nell’affollata sala prove cattura gli sguardi dei numerosi musicisti: il mito, la leggenda è di nuovo qui. È solo. È realtà.
Miles si siede un po’ in disparte, posa a terra un logoro borsone di pelle color mattone: fa scorrere la lampo e, attraverso l’apertura, con la mano destra estrae una fiammante tromba rossa; di lato, sulla campana, c’è l’incisione: “Miles Davis”. Con calma, lentamente, estrae dalla tasca del giubbetto il bocchino dorato, con l’innesto leggermente ricurvo, lo posiziona sullo strumento e, avvicinatolo alle labbra, vi “soffia” qualche nota, modulata dall’azione dei tre pistoni. Quincy Jones, in quel momento sul podio, è intento a leggere sullo spartito, spiegato sul leggio davanti a lui, i passaggi di un suo arrangiamento. Quel fugace accenno di note richiama la sua attenzione; volge lo sguardo, scende e le sue braccia si aprono, ali accoglienti e protettive, e si chiudono in un fraterno caldo abbraccio a Miles, beloved brother in music. Nell’abbraccio, un vicendevole sussurro fa apparire, sul volto di entrambi, un quieto, rasserenante sorriso; nessuno saprà mai che cosa si siano detti in quel momento.
I brani che eseguiranno nel prossimo concerto possono forse essere la risposta a una domanda inespressa. Miles, un giorno, aveva detto: «Preferirei morire piuttosto che suonare la musica dei vecchi tempi». Invece la scaletta del concerto è un vero e proprio tuffo nel passato, scelta per ripercorrere oltre quarant’anni di carriera, e altrettanti di vita.
Miles, sorridendo, in quel momento potrebbe aver detto a Quincy: «Fuck you!… Suonerò, ma alla mia maniera, i brani e gli adattamenti che hai scelto».
E a quel punto anche Quincy, rassicurato, ha sorriso.......

 

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